Da Harry, ti presento Sally… a Misery non deve morire: i film che hanno fatto grande Rob Reiner
Due persone che si incontrano, si detestano, diventano amici e, forse inevitabilmente, qualcosa di più: Reiner (con Nora Ephron alla sceneggiatura) costruisce la rom-com moderna per eccellenza. Dialoghi diventati proverbiali, la chimica tra Billy Crystal e Meg Ryan e la scena (iconica) dell’orgasmo «finto» al ristorante, entrata nella cultura pop. Il pubblico lo premiò anche al botteghino, e la critica colse la novità: una commedia romantica intelligente, fatta di conversazioni e contraddizioni reali. Ancora oggi è uno dei film più citati quando si parla di amore adulto e di amicizia tra uomini e donne.
Misery non deve morire (1990)
Uno scrittore ha un incidente, viene «salvato» da una fan che lo idolatra… e scopre di essere prigioniero. Da lì, il thriller diventa una guerra psicologica in una casa isolata, con la tensione che sale a ogni frase gentile. È rimasto famoso per l’interpretazione di Kathy Bates (Oscar) nel ruolo di Annie Wilkes: un personaggio spaventoso proprio perché plausibile, affettuoso e crudele nella stessa inquadratura. Pubblico e critica reagirono con entusiasmo: era un adattamento di Stephen King capace di essere cinema puro, senza compiacimenti, sostenuto da due attori in duello e da una regia «invisibile» ma ferrea. Un titolo che ancora oggi regge benissimo, proprio per come costruisce tensione e paura.
Codice d’onore (1992)
Un processo militare a Guantánamo: due marines accusati di omicidio, un avvocato brillante ma poco coraggioso, e un sistema che chiede disciplina assoluta anche quando diventa alibi. Reiner trasforma l’aula di tribunale in un dilemma morale. Famoso il confronto in aula tra Tom Cruise e Jack Nicholson – una scena entrata nella storia del cinema mainstream – e la capacità di far sembrare «pop» un dilemma durissimo: verità, gerarchia, responsabilità. Fu un grande successo di pubblico e di critica, e consolidò l’immagine di Reiner come regista capace di rendere accessibili temi seri senza semplificarli troppo.
Il presidente – Una storia d’amore (1995)
Un presidente vedovo si innamora di una lobbista ambientalista e scopre che, in politica, anche l’intimità è materia da campagna elettorale. È famoso perché anticipa un certo immaginario West Wing (anche per la sceneggiatura di Aaron Sorkin) e perché reinventa il film romantico come racconto sul linguaggio pubblico: cosa si può dire, cosa si deve tacere, cosa conviene. Il pubblico lo accolse come commedia elegante e «capriana» nel senso migliore: fiducia nelle istituzioni, ma con il sospetto che le istituzioni siano fatte di persone fragili. Ancora oggi resta uno dei titoli più rappresentativi del Reiner maturo, quello che mescola ideali e disincanto.
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