Da Black Jesus a Black Mamba. E il basket diventa spettacolo: “Otto Infinito” arriva a Reggio

Per chi ama il basket e per chi ama il teatro è un appuntamento da non perdere. Giovedì 2 aprile, alle ore 21, sul palcoscenico del teatro Francesco Cilea di Reggio Calabria il giornalista e storyteller Federico Buffa porterà in scena “Otto Infinito – Vita e morte di un Mamba”, un racconto carico di emozioni dedicato alla leggenda del basket Kobe Bryant. Lo spettacolo ripercorre la vita, la carriera e l’eredità umana e sportiva del campione dei Los Angeles Lakers, intrecciando parole, musica e immagini in un viaggio narrativo potente e suggestivo che nasce in campo di basket e termina altrove. Accanto a Federico Buffa, una componente musicale dal vivo arricchisce la scena: al pianoforte Alessandro Nidi, alle percussioni Sebastiano Nidi e al trombone Filippo Nidi. La regia è firmata da Maria Elisabetta Marelli, mentre la componente visual è curata da Francesco Poroli.
L’evento del Cilea è organizzato dall’Officina dell’arte di Peppe Piromalli in sinergia con Progetto Touring, e offrirà al pubblico un’esperienza che va oltre il teatro, capace di unire sport, emozione e cultura in un unico grande racconto. Un racconto che al teatro Cilea sarà ancora più bello «perché – spiega Federico Buffa – Reggio Calabria è una delle tappe fondamentali del nostro spettacolo. A Reggio Calabria, infatti, Kobe ha vissuto da bambino, ha giocato per la prima volta nella sua vita in questa città con la maglia numero 8 (per 10 anni lo ha fatto con i Los Angeles Lakers), perché in una partita tra ragazzi ha realizzato 63 punti, percé le vicende della famiglia Bryant a Reggio Calabria sono divertenti. Ci sono tante storie che racconterò solo a Reggio Calabria, così come è accaduto a Pistoia, Rieti, Reggio Emilia. Gli altri luoghi italiani in cui Kobe ha vissuto prima di tornare negli Usa».
Da Black Jesus a Black Mamba, un viaggio incredibile nel mondo del basket, che non è solo sport, raccontato come solo Buffa sa raccontare. «Il basket è il punto in comune che unisce tante storie. Sono stato 105 volte negli Usa e ci sono stati periodi in cui ci andavo 5 o 6 volte lo stesso anno – afferma Buffa –. Sono cresciuto negli Usa e non mi riconosco più in questi Usa, anche perché degli Usa mi piace tutto: l’arte, i paesaggi del West, la cultura del mondo collegiale. Quando sono andato la prima volta negli States ero uno studente ed ero già malato di basket, quando sono tornato in Italia ero malato terminale. Ricordo la prima volta che andai a Los Angeles come studente a Ucla, entro in palestra e vedo Wilt Chamberlain, che era venuto ad allenarsi. Era arrivato con la sua auto da Bel Air, dove viveva. Aveva più di 40 anni e si teneva in forma giocando con i più giovani e li dominava. L’anno dopo arrivò anche Magic… e fu un crescendo. L’amore sconsiderato che avevo per il più bel gioco del mondo diventò incontrollabile. E una volta che il virus del basket ti è entrato dentro non ti abbandona più per la vita. E allora oggi cerco di celebrare il basket attraverso i suoi grandi sacerdoti».
Uno pensa a Kobe Bryant ma se chiude gli occhi vede Michael Jordan.
«E viceversa. Il passaggio del testimone tra i due avviene in un modo diverso dal solito. Kobe non chiama MJ al telefono, ma il primo contatto verbale tra i due avviene nel dicembre 1997 a Chicago durante una partita. Pippen e Shaq sono fuori per infortuni e i Bulls vincono facile. Ma in campo i due iniziano a parlarsi. Kobe chiede cose tecniche e Michael risponde a tutto. A fine partita l’intervistatore chiese a Jordan se non avesse parlato troppo con quel rookie e lui rispose: “Io chiedevo a Magic e Larry e loro mi parlavano”. Ecco il grande basket viene tramandato tra i grandi. Jordan aveva riconosciuto Bryant e gli passavail testimone».
Al Cilea cosa vedranno gli appassionati?
«Entrambe le componenti. Per i primi tre titoli di Kobe io ero lì a bordo campo a commentare le Finals Nba. In quelle tre finali, ho visto qualcosa che si poteva vedere solo stando in campo. Per esempio nella finale contro i Pacers, quando Jalen Rose fece un brutto fallo su Kobe dopo che i Lakers stavano vincendo 2-0 in carrozza. La caviglia di Kobe lo tiene fuori e i Pacers vincono (2-1). In gara-4, lo sguardo di Kobe diceva tutto. Arriva il sesto fallo di Shaq ai supplementari e la partita sembrava finita per i Lakers. Ma Kobe non era d’accordo: “Adesso ci penso io”, disse ai suoi compagni durante un time-out. Gioca tre minuti lunari, e a 21 anni compie il miracolo di Indianapolis. Ed è lì che dice al mondo intero che i Lakers possono costruire attorno a lui una dinastia».
Quanto è cambiato il basket da quando lo racconti?
«Tantissimo. Era ovvio che il tiro da 3 punti avrebbe cambiato il gioco. E il grande coach Larry Brown era stato una cassandra: attenzione che con questo tiro cambia tutto, non sarà più la nostra pallacanestro. E aveva ragione».
Iverson e Barkley i più grandi a non avere vinto un anello Nba?
«Aggiungerei anche Stockton e Malone, e forse Gary Payton. Sono questi i più grandi a non avere mai vinto un titolo Nba».
Dalle Finals al teatro…
«Le Finals Nba sono l’essenza del basket, emozione allo stato puro. Superiore a tutto e al di là di avere avuto la fortuna di poterle commentare. Tra la finale di Coppa del mondo di calcio del 2014 Germania-Argentina e gara-6 delle Finals del 1998 non inizio nemmeno».
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