Basilicata

Crotone, quella tragica analogia tra il ciclone Harry e la strage di Cutro

All’incontro di Crotone sul ruolo dei giornalisti tre anni dopo la strage di Cutro emerge la tragica analogia col ciclone Harry


CROTONE – Del migranticidio si parla soltanto quando i morti affiorano sulle nostre coste. Le altre tragedie, quelle avvenute al largo, restano dimenticate. C’è una drammatica analogia fra le morti in mare causate dal ciclone Harry e la strage di Steccato. È emerso dal convegno sul tema “Tre anni dopo il naufragio di Cutro: memoria, responsabilità e ruolo dell’informazione”, organizzato dall’Associazione Carta di Roma in collaborazione con Sabir e l’Ordine Regionale dei Giornalisti della Calabria nell’aula magna del liceo classico Pitagora.

SI PARLA DEI MORTI SOLO SE SI VEDONO

La sottolineatura è venuta dall’inviata Rai Angela Caponnetto, che ha seguito molto da vicino il naufragio di Steccato. Intervenuta in videocollegamento, Caponnetto ha messo in evidenza che «Non è facile per i giornalisti parlare di immigrazione oggi. Parlarne è diventato complicato e divisivo. Sui media il tema dei flussi migratori è sempre più in disparte». E se si parla di centinaia di famiglie che oggi cercano i dispersi a causa del ciclone Harry è «perché sono stati rinvenuti i corpi sulle coste calabresi e siciliane. Esattamente – ha detto la giornalista – come è accaduto a Cutro. Abbiamo messo piede su quella spiaggia perché i morti li vedevamo».

LE TRAGEDIE DIMENTICATE

Un tema che occupa sempre meno spazio sui media. Lo ha detto, aprendo i lavori, Paola Barretta di Carta di Roma, che ha denunciato «un calo del 40 per cento dell’attenzione dei media sui flussi migratori». Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Calabria, ha osservato che «tutte le tragedie finiscono in una zona rarefatta. Le si ricorda – ha aggiunto – in funzione di qualche evento nuovo ma la memoria si perde». Ecco perché, come ha affermato Manuelita Scigliano, presidente dell’associazione Sabir, è importante il lavoro dei giornalisti che «documentano le testimonianze dei migranti».

LEGGI ANCHE: Strage di Cutro, niente telecamere in aula per non turbare la “serenità” delle udienze – Il Quotidiano del Sud

GIORNALISTA AFGHANA

Toccante la testimonianza di Rahel Saya, giornalista afghana rifugiata In Italia dal 2021. «È la prima volta che vengo qui ma è come se già conoscessi le storie dei migranti morti a Cutro. Avrei potuto essere anche io tra le persone che hanno perso la vita. Tra le vittime c’era anche una giornalista che era fuggita dall’Afghanistan insieme a me. Dobbiamo continuare a raccontare quello che è successo – ha detto ancora – per far restare vive le storie e fare in modo che non accada più».

LE FOTO CHE RESTANO

Francesco Malavolta, fotoreporter originario di Corigliano, attingendo ad esempi sul campo, ha spiegato che l’attenzione spesso si concentra sul fatto di cronaca nell’immediatezza «ma non sul prima e sul dopo». La cosa più importante, invece, è «raccontare le storie». Ci sono foto che raccontano storie incredibili. «La nostra è una memoria visiva. La gente ricorda le foto delle bare del naufragio di Lampedusa piuttosto che i nomi di chi scrisse gli articoli».

CRIMINALIZZAZIONE DELLE ONG

Luciano Scalettari, presidente di ResQ e giornalista, ha ripercorso l’iter normativo sempre più restrittivo che ha portato alla «criminalizzazione del soccorso in mare». Norme come il decreto Cutro il divieto del soccorso multiplo «incidono sull’essenza dell’attività delle Ong». Scalettari ha anche passato in rassegna le campagne contro le Ong da parte di testate che rappresentano «il braccio armato della politica che poi fa i decreti».

UDIENZE DA SEGUIRE

Lidia Vicchio di Asgi (associazione per gli studi giuridici sull’immigrazioni), a fronte del divieto alle telecamere in aula nel processo per gli omessi soccorsi in occasione del naufragio di Cutro, ha invitato giornalisti e società civile a presenziare alle udienze davanti al Tribunale penale di Crotone. «È un atto dovuto soprattutto per i diritto dei familiari delle vittime di conoscere la verità – ha detto l’avvocata  – e serve anche a restituire il lavoro fatto da altre forze dell’ordine. Perché se ci sono uomini dello Stato imputati, va ricordato che tanti hanno fatto molto e che sono uomini dello Stato anche quelli che hanno fatto le indagini».


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