Economia

Crisi in Iran, l’incognita inflazione nel caso di guerra prolungata

Il conflitto in Iran si sta espandendo nella regione mediorientale. Dopo l’avvio delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica il 28 febbraio, Teheran ha reagito colpendo diversi Paesi dell’area, tra cui Emirati Arabi Uniti e Qatar. Intanto Israele ha lanciato bombardamenti nel sud di Beirut contro obiettivi di Hezbollah, mentre l’Azerbaijan ha accusato l’Iran di lanci di droni sul suo territorio. “L’eliminazione della guida suprema e di parte della leadership potrebbe accelerare dinamiche di regime change, con il rischio di una lunga fase di instabilità”, sottolinea Maria Paola Toschi, Global Market Strategist di J.P. Morgan Asset Management, che analizza gli effetti sui mercati della guerra che sta infiammando il Golfo.

Il prezzo del petrolio è un barometro della situazione in Iran. “Petrolio e gas sono ovviamente il canale principale attraverso cui si può propagare la crisi sull’economia globale. Il Brent ha superato 80 dollari al barile; il gas TTF è salito a 50 dollari con significativi rialzi rispetto ai livelli pre-crisi. L’Iran produce circa il 5% dell’output globale di petrolio; l’eventuale sospensione delle sue forniture (prevalentemente verso la Cina) è in linea di principio gestibile. Inoltre, prima della crisi l’offerta globale di petrolio appariva abbondante; l’OPEC+ potrebbe ora aumentare la produzione, beneficiando di prezzi più alti e contribuendo a calmierare i mercati”, sottolinea l’esperta, facendo notare che il rischio chiave è una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz “che innescherebbe rischi di blocchi navali prolungati, carenze di offerta di prodotti energetici e rincari più persistenti dell’energia. In salita sono anche i costi assicurativi del trasporto. Tutto ciò potrebbe avere impatti sui costi di produzione con il duplice effetto recessivo e inflativo”.

Nonostante questi rischi, Toschi evidenzia che il quadro macro resta favorevole. “L’economia americana resta solida con una crescita prossima al 2% e disoccupazione ancorata intorno al 4%; gli utili societari sono solidi e i livelli di debito delle società sono contenuti. Gli Usa sono esportatori netti di energia, quindi più esposti all’effetto inflattivo che a quello recessivo di un eventuale shock petrolifero”. Le implicazioni legate a uno shock dei prezzi energetici potrebbero essere diverse, variando da paese a paese a seconda della loro dipendenza energetica. “Europa, Asia (incluso il Giappone) potrebbero essere le aree più vulnerabili in quanto sono importatori netti di energia rispetto al consumo interno. Tuttavia, va rilevato che strutturalmente, le economie avanzate sono oggi meno energy intensive rispetto al passato, cioè hanno un minore consumo di energia per unità di Pil prodotto, cosa che attenua la sensibilità agli shock dei prezzi energetici, rispetto a quanto avveniva nelle crisi energetiche del passato come negli anni Settanta del secolo scorso”.

La crisi iraniana ha un impatto anche su crescita e rischi di inflazione, considerando anche l’incertezza sulla durata ed estensione del conflitto. “Un fattore cruciale che mitiga i rischi di un impatto negativo sulla crescita consiste nel fatto che i principali paesi sviluppati hanno ingenti programmi di spesa pubblica. In Usa si attendono a breve i rimborsi fiscali del pacchetto Obba (One Big Beautiful Bill Act). In Europa la spesa pubblica è già in aumento, (ad es. in Germania), e potrà sostenere la spinta economica. In Europa la Germania sta già varando ingenti spese in infrastrutture e difesa, in programma anche nel resto d’Europa e che potrebbe accelerare a seguito della attuale nuova area di crisi”.

Maria Paola Toschi, Global Market Strategist di J.P. Morgan Asset Management

Maria Paola Toschi, Global Market Strategist di J.P. Morgan Asset Management 

La pressione sui prezzi energetici fa temere un aumento dell’inflazione. “La principale incognita, se il conflitto dovesse durare, resta legata all’inflazione. Ma anche in questo caso ci sono fattori mitiganti. Negli Stati Uniti la riduzione della tariffa media Usa al 10% (introdotta dopo la decisione della Corte Suprema che ha bandito i dati in precedenza varati dall’Amministrazione), mercati del lavoro non surriscaldati, dinamiche salariali moderate e cali dei prezzi in alcuni settori dei servizi potrebbero portare a rialzi del tasso di inflazione moderato. L’Europa potrebbe soffrire del rialzo dei prezzi di petrolio e gas, ma parte da un livello di inflazione più contenuto e già vicino al target della Bce, cosa che potrebbe limitare le preoccupazioni della banca centrale. Nonostante ciò, il trend dell’inflazione resterà il principale fattore da monitorare anche perché le stime di consenso dell’inflazione pre-crisi erano piuttosto moderate e una sorpresa al rialzo potrebbe avere un effetto negativo. Ovviamente ciò potrà influenzare anche le stime sulle decisioni delle banche centrali. I mercati hanno già riprezzato gli interventi che potrebbero arrivare nel corso dell’anno. Per la Fed in particolare, i tassi forward evidenziano che la stima di tagli è passata da circa 70 punti base (prima della crisi) a circa 50 punti base attuale”.

Per quanto riguarda la reazione dei mercati alle incertezze legate al conflitto iraniano, l’esperta osserva che i listini azionari hanno avviato una correzione vistosa che ha interessato le principali classi di attivo, sia azionarie che obbligazionarie. “Questa reazione è tipica quando ci sono crisi dai contorni e dalla evoluzione incerti. In questi casi gli investitori tendono ad avere una reazione risk-off indiscriminata guidata dalla incertezza e dalla paura. I mercati e settori con elevate valutazioni tendono ad essere quelli più vulnerabili e sensibili agli shock. Tuttavia, le fasi di pullback possono anche aprire punti d’ingresso più interessanti. Inoltre, la reazione dei mercati dipenderà dalla evoluzione della crisi. Una de-escalation potrebbe ripristinare le tematiche precedenti a supporto delle classi a rischio. Una crisi più prolungata o una escalation per ora imprevedibile potrebbe avere impatti negativi più prolungati. Al momento i buoni fondamentali dei mercati e le positive ed elevate stime di utili attesi (che restano a doppia cifra in molte aree) possono essere elementi che mitigano i rischi di ulteriori forti cali dei mercati. Eventuali revisioni al ribasso delle stime dipenderanno dalla durata e gravità della crisi, ma gli attuali livelli offrono un cuscinetto che può assorbire in parte gli effetti negativi di una crisi prolungata”.

Qualora la volatilità dovesse persistere, secondo Toschi, “potrebbe essere consigliabile privilegiare qualità e settori difensivi, mantenendo una struttura di portafoglio bilanciata con ampia diversificazione, accorgimenti che aiutano a costruire dei portafogli meno vulnerabili. Considerato che il rischio principale riguarda una ripresa di inflazione, l’utilizzo di strategie alternative potrebbe aiutare a proteggere i portafogli. Esposizioni selettive a infrastrutture, trasporti o real asset possono offrire resilienza come si è osservato nel 2022, anno in cui a seguito del forte shock di inflazione azioni e obbligazioni sono scese in tandem, soffrendo dei rapidi rialzi dei tassi delle banche centrali. Infine, il reddito fisso, può svolgere un ruolo difensivo, soprattutto nel caso che si dovesse osservare un deterioramento congiunturale”.

La Global Market Strategist di J.P. Morgan Asset Management avverte che, in base alle lezioni del passato, di fronte a crisi geopolitiche, l’uscita dai mercati – che spesso è la reazione emotiva degli investitori – e un aumento della liquidità in portafoglio è un comportamento penalizzante sul medio periodo. “Come illustra il grafico, storicamente, portafogli 60/40 hanno sovraperformato la liquidità già un anno dopo lo scoppio dei vari episodi di crisi, cosa che diventa ancora più eclatante dopo tre anni. In media un portafoglio 60/40 ha sovraperformato la liquidità di quasi il 10% a un anno e oltre il 20% a tre anni”.

Sono diversi gli elementi di incertezza di questa crisi in Medio Oriente che devono essere monitorati: “La durata dell’interruzione allo Stretto di Hormuz, la traiettoria dei prezzi di petrolio e gas e pass through su inflazione. L’incremento di altre voci di costo come premi assicurativi e costi generati da criticità logistiche, nuovi blocchi nelle supply chain, tutti fattori di rischio per l’inflazione e che potrebbero impattare sulle scelte delle banche centrali. Per contro interventi di politica fiscale potrebbero mitigare rischi legati ad un rallentamento della crescita. È importante evitare decisioni emotive in queste situazioni. La storia infatti suggerisce che restare investiti con una diversificazione mirata e una logica difensiva ha offerto risultati migliori rispetto al parcheggio in liquidità in portafoglio”, conclude l’esperta.


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