Crisi, esplosioni nella notte e truppe in movimento: la psicosi di Cuba che teme il blitz di Trump
La macchina bellica americana è proiettata in Medio Oriente e nelle acque del Golfo Persico, ma non per questo il cortile di casa resta sguarnito. Tra i vari dossier sulla scrivania di Donald Trump rimane anche quello di Cuba. L’isola è stretta nella morsa delle sanzioni e soprattutto rimane a secco, o quasi, di petrolio dopo il blitz statunitense in Venezuela che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro. La Casa Bianca, anche sotto la spinta del segretario di Stato Marco Rubio, sembra intenzionata a chiudere la pratica tagliando la testa del regime castrista.
E infatti a L’Avana cresce la paura di un colpo di mano. A ipotizzare un’accelerazione è stato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, alleato storico dell’isola: “Stanno tentando un piano simile per Cuba”, ha affermato, alimentando la tensione. Quasi parallelamente agli attacchi in Iran, Rubio attaccava l’isola parlando di uno status quo “inaccettabile” e chiedendo riforme economiche e politiche “drammatiche” per evitare il fallimento. A questo scenario si aggiunge anche l’attività di lobbying della grande comunità di dissidenti cubani presenti negli Stati Uniti, in particolare a Miami che, durante un evento, ha lanciato un “Accordo per la liberazione di Cuba”, sottoscritto dai principali gruppi dell’opposizione, uniti per sollecitare un rapido cambiamento.
La crisi economica e il collasso del turismo
A Cuba il regime castrista resta il più preoccupato. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha esortato il governo ad agire contro la profonda crisi innescata dall’inasprimento del blocco statunitense e dallo stop alle forniture di greggio venezuelano e ha sottolineato come l’isola debba concentrarsi “nell’implementare le trasformazioni urgenti, le più necessarie, che bisogna apportare al modello economico e sociale”. Il nuovo piano di salvataggio punta sull’autonomia locale e sulle alleanze commerciali tra il settore statale e quello privato, una novità per un regime socialista che fin dalla sua nascita faceva della collettivizzazione un valore fondante.
Il primo ministro, Manuel Marrero Cruz, ha ribadito che le priorità assolute della nazione sono “la produzione di alimenti e i cambiamenti nella rete elettrica“, quest’ultima costantemente afflitta da gravi interruzioni di corrente. Sul fronte commerciale, il ministro dell’Economia Joaquín Alonso Vázquez ha ammesso il calo delle vendite all’estero, trainate unicamente da beni storici come tabacco, aragoste, rum e prodotti farmaceutici. Intanto, il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha lamentato la lentezza della transizione solare nei municipi. Le rigide restrizioni nordamericane continuano a soffocare l’isola, che ha perso quasi otto miliardi di dollari di entrate in un solo anno.
Cuba affronta la peggiore crisi economica dalla rivoluzione del ’59. Sull’isola manca tutto: medicine, cibo, beni di prima necessità. L’urgenza attuale è generata dalla carenza di carburante. Nella drammatica situazione energetica il petrolio è l’unico mezzo per alimentare le vetuste centrali termoelettriche che, quando funzionano, forniscono metà dell’energia necessaria, costringendo a prolungati blackout. Le poche ore al giorno di elettricità disponibili potrebbero diminuire ulteriormente, con ripercussioni su forniture di alimenti e funzionamento degli ospedali.
In questo scenario si è progressivamente assistito al collasso del turismo, uno dei settori più importanti per tutta l’economia dell’isola. Come ha ricostruito il New York Times, nel tempo il turismo si è ridotto in modo sensibile, passando da 4,7 milioni nel 2018 a 1,8 milioni nel 2025. Quasi una beffa se si pensa che negli ultimi dieci anni il governo ha spinto per creare altre 22mila camere d’albergo arrivando a 85mila posti, che però oggi sono occupate solo al 20%. Un disastro a cui si aggiungono anche le rinunce delle compagnie aeree internazionali, come nel caso di Air France che sospenderà i collegamenti con L’Avana a causa della penuria di carburante. La sospensione entrerà in vigore a fine marzo e durerà almeno fino a metà giugno.
Allerta militare e clima di paranoia
In questo clima Díaz-Canel ha ordinato di aumentare le esercitazioni militari, nonostante tutto l’equipaggiamento sia ancora di fabbricazione sovietica, poco aggiornato e con manutenzione scarsa. Secondo il giornale cubano indipendente 14ymedio, la paranoia nell’esercito è palpabile. Di notte avvengono pattugliamenti continui, convogli pieni di soldati si muovono senza sosta, in alcuni casi accompagnati da strane esplosioni. Le voci che arrivano dall’isola parlano di uno stato di allerta permanente, al limite della paranoia.
Il 27 febbraio, poco prima dei primi raid in Iran, il Paese ha celebrato la Giornata della Difesa Nazionale, un’occasione con esercitazioni e mobilitazione di milizie con componenti civili, insieme ad altri giochi di guerra che hanno coinvolto le Brigate di Produzione e Difesa. Da settimane i funzionari castristi spingono sulla propaganda sottolineando in particolare di essere pronti ad “affrontare e sconfiggere” qualsiasi nemico.
La psicosi di L’Avana si riflette anche nelle accuse agli Stati Uniti di voler provocare un sommovimento interno.
Una settimana fa circa l’escalation sembrava imminente: la marina aveva intercettato un motoscafo nelle acque territoriali dell’isola con 14 fucili, 11 pistole e circa 13mila munizioni a bordo. Dei dieci occupanti, quattro erano stati uccisi e altri sei incriminati per terrorismo.
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