Economia

Crisi dell’eolico Usa: investimenti green in calo, aziende Ue in ritirata

L’eolico offshore statunitense è entrato in una fase critica. Il motivo: la nuova strategia di decoupling dagli approvvigionamenti cinesi, ovvero la decisione di Washington di sganciarsi dalle catene di fornitura di Pechino puntando su petrolio e gas domestici. Una scelta che ha rallentato i grandi progetti offshore, fatto lievitare i costi e spinto gli investitori europei a ritirarsi.

La strategia, accompagnata dalla fine di molti incentivi e da costi inflazionistici crescenti, ha avuto un effetto boomerang: gli investimenti nelle rinnovabili Usa sono crollati del 36% su base annua nei primi mesi del 2025. Di fronte a uno scenario sempre più incerto, le società americane hanno rivisto i piani di investimento, mentre le compagnie europee hanno iniziato a spostare capitali e risorse verso mercati più stabili, soprattutto nel Nord Europa e in Asia. Per Ørsted ed Equinor, i due principali sviluppatori stranieri negli Stati Uniti, il 2025 è stato l’anno delle battute d’arresto: i progetti offshore a Rhode Island e New York hanno subito ordini di sospensione dei lavori, poi parzialmente revocati dopo accordi con l’amministrazione. Un giudice federale ha inoltre annullato il blocco sul progetto Revolution di Ørsted, ma la prosecuzione resta incerta.

“Il cambio di rotta della politica americana non solo rallenta i progetti già approvati, ma scoraggia gli investimenti europei”, spiega Alexander Fløtre, vicepresidente senior e responsabile della ricerca sull’eolico offshore di Rystad Energy. “La catena di fornitura tra Stati Uniti e Cina potrà anche essere interrotta, ma così si rafforza ulteriormente la leadership di Pechino nelle rinnovabili”. Nonostante lo stallo americano, la nuova capacità globale di eolico offshore raggiungerà comunque 16 gigawatt (GW) entro la fine del 2025, trainata dai progetti in costruzione. Di questi, due terzi sono in Cina, dove la pianificazione industriale resta stabile e integrata. Entro il 2030, secondo le stime di Rystad, la Cina controllerà il 45% della capacità cumulativa mondiale, consolidando il proprio primato nel settore.

Intanto, sul fronte interno, la cinese Cnooc ha annunciato l’espansione del portafoglio eolico con un nuovo progetto da 1,5 GW a Hainan (CZ7), già approvato e destinato a entrare in funzione entro il 2030: sarà il primo impianto su scala industriale per il gruppo. Sul fronte estero, molte compagnie europee meno presenti sul mercato americano saranno sempre più dipendenti dalla Cina e da altri Paesi asiatici per componenti e forniture. E questo, secondo Rystad, ridurrà ulteriormente le possibilità di costruire una filiera alternativa delle rinnovabili capace di competere con quella cinese. La conferma arriva dalla decisione di molti produttori occidentali di turbine (Oem), fuggiti dal Paese nel 2020, che stanno tornando in Cina, attratti da condizioni di mercato più favorevoli. Già oggi, segnala Rystad, un quarto dei siti produttivi dei componenti chiave per gli Oem europei si trova nel Paese asiatico.

L’industria eolica europea ha preso atto del rischio. Bruxelles sta lavorando a nuove misure per rafforzare la catena di fornitura interna, riducendo la dipendenza da Pechino. Tra le priorità: stimolare gli investimenti manifatturieri, semplificare le procedure autorizzative e contenere i costi. “Le istituzioni europee vogliono favorire la crescita produttiva senza perdere competitività”, conclude Andrea Scassola, vicepresidente di supply chain research di Rystad Energy. “Solo così l’Europa potrà difendere la propria autonomia industriale nella corsa globale all’eolico offshore”.


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