Crisi del Golfo, alluminio: a rischio fino a 3,5 milioni di tonnellate
La crisi dell’alluminio globale parte dal Medio Oriente ma rischia di abbattersi sull’Europa. Il motivo è strutturale: una quota rilevante della produzione mondiale, e soprattutto delle esportazioni, è concentrata lungo un unico snodo strategico, lo Stretto di Hormuz.
I numeri di Wood Mackenzie fotografano l’entità del problema: il conflitto – entrato nella quinta settimana – mette a rischio fino a 3–3,5 milioni di tonnellate di produzione nel 2026, su un totale di 6,8 milioni concentrate nella regione, pari al 23% dell’offerta globale al di fuori della Cina.
Di questa produzione, tra l’80% e l’85% è destinata all’export. L’Unione europea ne assorbe tra il 20% e il 25%, risultando il primo mercato di destinazione. In altre parole, una quota rilevante dell’alluminio utilizzato dall’industria europea dipende da un’unica area geopolitica e da un solo corridoio logistico.
Ad aggravare il quadro sono le interruzioni di impianti strategici. Negli Emirati Arabi Uniti, l’impianto di Al Taweelah è stato colpito, con danni alla centrale elettrica e lo stop delle operazioni. In Bahrein, Alba ha ridotto la capacità del 19% per carenze di allumina e, dopo un attacco a fine marzo, opera intorno al 30%. In Qatar, Qatalum è al 60%, mentre in Arabia Saudita Ma’aden sta fornendo allumina d’emergenza agli impianti vicini.
Gli effetti si trasmettono lungo le principali filiere industriali. L’Europa è la più esposta, seguita da Stati Uniti e Turchia. I settori coinvolti sono quelli a maggiore intensità di alluminio: automotive, costruzioni e packaging, a cui si aggiunge il comparto energetico.

Sul mercato, la pressione è destinata a salire. Wood Mackenzie prevede prezzi fino a 3.500 dollari per tonnellata nel 2026, con scenari che dipendono dalla durata del conflitto.
Le possibilità di compensare lo shock sono limitate. La Cina resta vincolata al tetto produttivo di 45 milioni di tonnellate, mentre l’offerta aggiuntiva da Indonesia, India e Russia può coprire solo una parte delle perdite. In Europa, la riattivazione degli impianti è frenata dagli alti costi energetici.
Le aziende stanno valutando soluzioni alternative, come rotte terrestri di oltre 1.400 chilometri, ma con costi elevati e margini limitati. Si osservano anche primi spostamenti verso materiali alternativi, come rottame, rame e Pet, soprattutto nel packaging. Tuttavia, queste soluzioni restano limitate da vincoli tecnici e dal ruolo centrale dell’alluminio primario in molte applicazioni chiave.
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