Calabria

Criptoaffari e mafie mimetizzate con il narcotraffico high-tech, le nuove frontiere del potere criminale ed economico

Il narcotraffico è una delle grandi questioni del nostro tempo. “Cartelli di sangue” (Mondadori, 2025), scritto con Nicola Gratteri, prova a restituirne la complessità, fatta di reti transnazionali, potere economico e uso strategico delle nuove tecnologie. Come ha messo in evidenza in una recente intervista, il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, «oggi il narcotraffico muove capitali superiori a quelli dell’intero pil di stati dell’Unione europea», in un mondo in cui le banconote non si contano, ma si pesano.
Grazie proprio all’enorme ricchezza accumulata con il traffico di droga, le mafie più strutturate, e al loro interno i clan, le famiglie più evolute, hanno potuto anticipare molte delle trasformazioni dell’economia legale, investendo in nuove tecnologie, sistemi di comunicazione sempre più sicuri e strumenti finanziari avanzati. Fintech, criptovalute e piattaforme digitali non sono semplici accessori, ma leve strategiche che consentono di occultare i flussi di denaro, accelerare le transazioni e muoversi con maggiore agilità rispetto ai tempi – spesso più lenti – delle istituzioni e dei controlli statali. I sistemi di messaggistica criptata hanno sostituito i pizzini e le telefonate intercettabili. Le comunicazioni avvengono su piattaforme progettate per garantire anonimato e autodistruzione dei messaggi. Molti clan governano le carceri con criptofonini e sim che consentono summit mafiosi nelle celle, sempre più difficili da presidiare. I cartelli utilizzano server collocati in paesi con legislazioni deboli e sfruttano reti private virtuali per mascherare le proprie tracce.
In Brasile, il Primeiro Comando da Capital, un’organizzazione nata come strumento di autodifesa carceraria, oggi gestisce fondi di investimento e banche fintech con ramificazioni in quasi trenta paesi dell’America Latina, del Nord America e dell’Europa. In Messico, le vari anime del cartello di Sinaloa, quello di Jalisco e altre compagini criminali utilizzano i droni, sistemi satellitari e tecnologie di tracciamento. Monitorano rotte marittime, confini terrestri e movimenti delle forze dell’ordine con strumenti che fino a pochi anni fa erano appannaggio esclusivo degli Stati. Le immagini satellitari commerciali permettono di pianificare spedizioni, evitare controlli, modificare i percorsi in tempo reale. I droni vengono utilizzati anche per trasportare carichi (fino a cento chili di cocaina), effettuare ricognizioni, persino per intimidire. È una dimensione tecnologica che riduce il bisogno di presenza fisica e rende il controllo del territorio sempre più invisibile.
Quella che il libro «fotografa» è una criminalità che conosce il linguaggio della tecnologia e lo padroneggia con naturalezza. Oggi, il narcotraffico contemporaneo ha sempre più bisogno di competenze altamente qualificate. Non è raro che i cartelli reclutino giovani programmatori o hacker offrendo stipendi e prospettive che il mercato legale, in molti contesti, non è in grado di garantire. Anche il riciclaggio di denaro ha conosciuto una profonda trasformazione. Le criptovalute non hanno sostituito il contante, ma lo affiancano, offrendo nuove possibilità di sperimentazione e occultamento. I cartelli utilizzano piattaforme digitali, società di copertura, mercati online e strumenti finanziari complessi per frammentare i flussi di denaro e renderli difficilmente tracciabili.
La criminalità organizzata si muove ormai con disinvoltura tra finanza tradizionale e finanza digitale, sfruttando le zone grigie della regolamentazione globale. Operazioni come quelle che hanno portato all’arresto di Raffaele Imperiale, oppure quelle che hanno fatto luce sui rapporti tra clan di ’ndrangheta e reti criminali cinesi raccontano bene la trasformazione in atto: un sistema criminale sempre meno legato alla dimensione locale e sempre più inserito in circuiti globali, capace di intrecciare alleanze flessibili, muovere capitali su scale transnazionali e adattarsi alle logiche dell’economia contemporanea.
In questo scenario, il ruolo della ’ndrangheta assume un significato particolare. La sua alleanza con i cartelli sudamericani non si fonda sulla forza militare, ma sulla capacità di offrire servizi: accesso ai mercati europei, affidabilità nei pagamenti, competenza nel riciclaggio, uso intelligente delle tecnologie. È una mafia che investe nel silenzio, nella discrezione, nella mimetizzazione. Una mafia che non ha bisogno di ostentare violenza perché ha imparato a centellinarla, utilizzandola quando è strettamente necessaria.
Questa evoluzione tecnologica rende la criminalità meno visibile ma non meno pericolosa. Anzi, la rende più difficile da contrastare. La repressione tradizionale fatica a tenere il passo con un sistema che cambia linguaggio, strumenti e velocità. Le mafie sfruttano la frammentazione delle giurisdizioni, la lentezza delle procedure internazionali, il ritardo culturale con cui spesso le istituzioni affrontano il tema dell’innovazione.
“Cartelli di sangue” nasce anche dalla necessità di lanciare un avvertimento: la tecnologia non è neutrale. Può essere uno strumento di progresso o un moltiplicatore di disuguaglianze e potere criminale. Se non viene accompagnata da regole, cooperazione internazionale e investimenti nella conoscenza, rischia di rafforzare proprio quei soggetti che vivono di illegalità. Raccontare il narcotraffico oggi significa raccontare un sistema che si nutre delle nostre stesse infrastrutture digitali, delle nostre piattaforme, dei nostri consumi. Non esiste più una linea di confine netta tra mondo legale e mondo criminale. Ed è proprio questa contaminazione silenziosa che rende la sfida ancora più urgente. Comprendere come le mafie usano la tecnologia è il primo passo per impedire che il futuro venga sequestrato da chi trasforma l’innovazione in dominio.

*Docente di Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen’s University (Canada)


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