Società

Crepet ai genitori: “Educate togliendo. Sottrarre è un gesto pedagogico”

Tutti dicono che serva dare di più. Più ascolto, più strumenti, più libertà, più risposte. Eppure, Paolo Crepet si muove nella direzione opposta. Non per negazione, ma per necessità. Educare, secondo lui, non significa aggiungere. Significa togliere. Privare. Lasciare un vuoto. È da lì che può nascere qualcosa.

Non si tratta di una provocazione teorica. Per Crepet, la sottrazione è un atto educativo concreto. Toglier via il superfluo, limitare l’eccesso, non assecondare ogni desiderio. Far mancare qualcosa, con misura. Perché solo dove manca qualcosa si può cominciare a desiderare davvero. Quando tutto è dato, subito e senza fatica, il desiderio non nasce. O si spegne.

Il peso del “no” e la leggerezza del “sì”

Un tempo, il “no” aveva un valore educativo riconosciuto. Faceva male, certo, ma serviva a delimitare, a mettere ordine. Oggi è spesso visto come una violenza simbolica, un gesto che limita la libertà del ragazzo. Ma se il “no” scompare, dice Crepet, cosa resta? Un mondo privo di soglie, dove ogni esperienza ha lo stesso peso, e dove non esistono più direzioni da prendere. I giovani, dice, non hanno bisogno di genitori e insegnanti che approvino tutto. Hanno bisogno di adulti che abbiano il coraggio di non accontentarli sempre.

La pedagogia della sottrazione, in questo senso, è un atto di fiducia. Non si toglie per punire, si toglie per far emergere. Per lasciare spazio. Uno spazio educativo, che non si riempie subito, ma che può essere abitato da qualcosa di diverso: un pensiero, un dubbio, una spinta autonoma.

Troppo di tutto, troppo presto

Secondo Crepet, uno dei problemi più grandi è la quantità. Non la qualità. Troppi oggetti, troppe attività, troppi stimoli. Bambini pieni di giochi, adolescenti pieni di promesse, giovani adulti pieni di accessi. Il risultato non è una generazione fortunata, ma una generazione che ha disimparato a desiderare. Il desiderio – quello che fa muovere, che costruisce identità – nasce dal vuoto. Dalla mancanza. Se ogni mancanza viene colmata, resta l’apatia.

Togliere, quindi, è anche un modo per restituire senso. Chi ha poco, impara a dare valore. Chi ha tutto, smette di vedere. La sottrazione agisce qui: non solo come limite, ma come strumento per far riemergere lo sguardo. Per permettere di scegliere.

Il rischio della fragilità protetta

Crepet lo dice con chiarezza: stiamo allevando ragazzi fragili non perché siano deboli, ma perché sono troppo protetti. La pedagogia del “più” – più cure, più rassicurazioni, più scorciatoie – produce giovani che non sanno cosa fare davanti a un ostacolo. Non perché siano incapaci, ma perché non hanno mai potuto sbagliare davvero. Mai affrontato un limite non negoziabile. Mai perso senza una spiegazione.

La sottrazione, allora, serve anche a questo: non eliminare la fatica, ma renderla abitabile. Non risparmiare il dolore, ma farne un passaggio. I “no” che si ricevono, le cose che mancano, non sono ostacoli da evitare, ma occasioni da attraversare. Perché lì si costruisce la maturità, e lì si scopre la forza.

Una pedagogia silenziosa

C’è qualcosa di sottilmente silenzioso nella pedagogia della sottrazione. Non urla, non si impone. Non ha bisogno di programmi scolastici, né di tecnologie educative. È un gesto semplice, quasi invisibile: non comprare quel secondo gioco, non rispondere subito alla richiesta, lasciare un compito difficile senza soluzione pronta. Un’educazione che sa aspettare, che conosce il valore dell’assenza e il peso del desiderio.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »