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Covid, Oms e pressioni dalla Cina: ecco tutto ciò che non torna


Covid, Oms e pressioni dalla Cina: ecco tutto ciò che non torna

Perché l’Oms si è rifiutata di essere audita dalla commissione Covid? E perché il Pd e i Cinque stelle, che da mesi lamentano (ingiustamente) la mancanza di audizioni «scientifiche» non hanno detto nulla? Certo, l’affondo del presidente della commissione Marco Lisei (Fdi) vale per tutti i gruppi parlamentari che avevano chiesto di riferire «per dissipare dubbi e accuse di mancata trasparenza che invece così si alimentano», scrive il senatore meloniano.
Eppure ce ne sarebbero di cose da chiedere, a partire dall’origine del virus. Proviamo a fare qualche domanda all’Oms, sapendo che non ci risponderà mai, soprattutto sul sospetto che la Cina faccia pressioni sull’Organizzazione mondiale della Sanità per nascondere la verità. Partiamo dall’origine del virus.

Tre organismi distinti individuano la fuga dal laboratorio dell’Istituto di Virologia di Wuhan, come aveva documentato Edoardo Montolli e nell’omonimo libro uscito con «il Giornale». Lo scrivono di recente l’intelligenge Usa, i servizi inglesi e uno studio che la Germania ha deciso di non pubblicare per intero. In una recente intervista al «Daily Mail», l’ex direttore del Centro di prevenzione e controllo delle malattie infettive americano, Robert Redfield, ha dichiarato di essere venuto a conoscenza per la prima volta di una nuova malattia respiratoria a Wuhan dal proprio staff in Cina la notte di capodanno del 2019.

L’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, nel suo libro «Perché guariremo» (ritirato dalle librerie a pochi giorni dall’inizio delle vendite) scriveva: «Il 31 dicembre, le autorità [CINESI, NDR]hanno segnalato all’Oms molti casi di una malattia che somiglia alla polmonite, nella provincia di Wuhan. Era tutto il mese che si rincorrevano le voci su nuovi focolai virali in quella provincia e che consultavo le notizie con più attenzione del solito, vagliando quelle provenienti da Oriente. Il 7 novembre avevo ospitato a Roma il ministro della Salute cinese […]non mi era sembrato che nutrisse particolari preoccupazioni sullo stato sanitario del suo Paese eppure è molto probabile che questo nuovo virus, in Cina, circolasse già». Eppure l’alert Oms sull’esistenza di focolai epidemici in Cina arriva solo il 31 dicembre 2019. E dunque chi aveva detto a Speranza (come lui stesso scrive) che vi erano «focolai virali» in Cina?

È plausibile che la Cina faccia pressioni sull’Oms per non dire la verità. In Gran Bretagna l’ex consigliere scientifico Lord Patrick Vallance è accusato di aver voluto ignorare il report scritto per il governo di Boris Johnson dall’ex capo dell’MI6 Sir Richard Dearlove sulla fuga del virus dal Wuhan Institute of Virology «per non offendere Pechino». In Germania lo scienziato tedesco autore di uno studio scientifico per conto del governo di Angela Merkel è arrivato alle stesse conclusioni. Contattato dal Giornale qualche settimana fa, al professor Christian Drosten dell’istituto Charite – lo Spallanzani tedesco – ho chiesto lumi sul suo lavoro. La mail è stata spedita il 13 marzo ma è ancora rimasta senza risposta. È plausibile pensare che anche la Germania abbia subito pressioni dalla Cina per non rivelare lo studio, rimasto in gran parte omissato.

Anche in Italia ci sono state persone che sapevano del Covid prima delle fonti «ufficiali». Sentito come persona informata sui fatti dalla Procura di Bergamo, il matematico della Fondazione Bruno Kessler, Stefano Merler aveva dichiarato: «Io avevo già iniziato lo studio dell’epidemia prima di Natale 2019 e già a livello scientifico era in atto un confronto». Ma ufficialmente l’alert Oms sul focolaio epidemico in sarebbe arrivato solo il 31 dicembre 2019. Merler aveva le stesse fonti di Speranza?

Che il virus circolasse in Italia già a settembre lo sostiene anche Francesco Palù, oggi presidente Aifa, in un’intervista al «Giornale» dell’8 novembre 2020, nel quale sosteneva come virologo le sue perplessità sulla verità «ufficiale»: «Non si può dire che sia un virus artificiale e non si può escludere che non lo sia. Se i cinesi collaborassero potremmo saperne di più, ma dai virologi di Wuhan non sono arrivate informazioni sui Coronavirus del pipistrello che in quel laboratorio erano da tempo studiati e tenuti in coltura. Certo è che questo virus, che discende da un virus del pipistrello per il 96% del suo genoma, ha acquisito delle sequenze affatto peculiari che lo hanno reso adatto ad infettare l’uomo che è ora diventato il suo ospite naturale. Tale acquisizione sembra essersi verificata in un unico evento, e le sequenze neo-acquisite non hanno subito modificazioni nonostante Sars-Cov2 abbia infettato milioni di persone al mondo. Il virus è oggi così umanizzato da non essere più in grado di infettare le cellule di pipistrello»

Un’altra cosa che si sarebbe potuta chiedere all’Oms riguarda il report sull’Italia scritto nel maggio del 2020 dal ricercatore di Venezia Francesco Zambon, fatto sparire e ritrovato pochi mesi dopo dall’allora consulente dell’associazione delle famiglie della Bergamasca Robert Lingard, da lunedì scorso consulente anche di Lisei in commissione Covid, nel quale la gestione della pandemia veniva definita «caotica e creativa». A che titolo, come scrive il tribunale di Venezia, un funzionario dell’Oms fece pressioni ad un altro funzionario dell’Oms per far rimuovere un report sulla gestione italiana della pandemia? Perché dava fastidio alla Cina?

A pensar male si dovrebbe sottolineare che i due turisti cinesi, ricoverati a fine gennaio 2020 per Covid all’ospedale romano Spallanzani – ospedale chiave nella lotta alla pandemia usato anche dai russi per preparare il loro vaccino Sputnik grazie all’accordo con l’omologo russo, l’Istituto Gamaleja – non vengono identificati quali Pazienti 0. Perché? Tralasciamo le false dichiarazioni all’Oms sulla effettiva preparedness italiana rispetto alla pandemia, lasciando perdere le bugie dette sullo stoccaggio di mascherine, Dpi, tute e retrovirali che avrebbero potuto salvare molte vite. Lasciamo stare le mascherine regalate alla Cina a favor di telecamere da Luigi Di Maio mentre i medici della Bergamasca morivano andando a trovare anziani contagiati ormai spacciati, lasciamo perdere anche le dietrologie sulle cure domiciliari farlocche, il divieto di autopsie, l’errore sul tracciamento degli asintomatici.

Prima si dovrebbe ragionare sul perché la Cina – come scrive Fabrizio Gatti nel libro «L’infinito errore» – impedì all’Oms di associare il virus Covid alla Sars. Cosa che avrebbe reso fondamental e il Piano pandemico del 2006, nato dopo la l’epidemia di Sars nel 2004, invece fu colpevolmente accantonato perché non aggiornato ma il cui utilizzo avrebbe aiutato a commettere meno errori. Oggi sappiamo che il coronavirus SARS-CoV-2 è un ceppo virale del sottogenere Sarbecovirus, della sottofamiglia dei coronavirus (Orthocoronavirinae), responsabili della sindrome respiratoria mediorientale (Mers) e della sindrome respiratoria acuta grave o Sars. Eppure nel suo primo report l’Oms scrive: Covid-19 is not Sars (…) it is a new virus with its own characteristics. Tradotto, «il Covid 19 non è Sars, è un virus con le sue caratteristiche».

Qualcuno dimentica che anche la Sars fu sottovalutata dalle autorità cinesi del tempo, una mossa costata carissimo in termini di vite. Dunque scientificamente era così ma non si poteva associare «politicamente» a un fallimento. Ne sa qualcosa Zhang Wenkang, ministro della Sanità rimosso nel 2003 dal regime con l’accusa di aver nascosto la prima epidemia di Sars.

Oggi è nella fondazione Silk Road Cities Alliance di Pechino che controlla la società Silk Road Global Information Limited da cui il 13 marzo 2020 la Protezione civile ha acquistato dei ventilatori che si sono dimostrati inutilizzabili. E chi c’era allora nella stessa Fondazione? Massimo D’Alema. Ma questa è un’altra storia. O forse no. Ma all’Oms nessuno può più chiederlo.


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