Cosmetic – Live @ Kindergarten, Benevento (14/2/2026)

L’amore non è una luce frontale. Non è un hashtag, non è un’insegna al neon che ti costringe a guardare fisso in un’unica direzione. L’amore, semmai, è penombra: è uno sguardo che si abbassa, è il tempo che si dilata tra un accordo e l’altro, è il basso che vibra nello stomaco, mentre le chitarre costruiscono cattedrali di rumore senza pretendere nulla in cambio. Per questo scegliamo luoghi come il piccolo Kindergarten di Benevento. Per questo scegliamo di stare stretti, di sentire il fiato degli altri, di lasciare che il suono ci attraversi, invece di attraversarlo distrattamente con un semplice scroll. Perché l’amore non è un gioco, non è un centro commerciale, non è un modo per fare soldi: è un muro di suono. È un concerto dal vivo che ti salva dalla banalità.
Il mondo, oggi, è diventato una luce frontale. Una luce impietosa, continua, che non ammette più sfumature. Un luogo che esonda di “normalità”. Ma è una normalità morbosa e perversa, crudele e disumana, dove riverberano menzogne e fake news, atteggiamenti xenofobi e soprusi che, giorno dopo giorno, finiamo per accettare come inevitabili. È una normalità che si nutre di slogan vuoti e di indignazioni a tempo, che trasforma la complessità in rumore bianco e l’empatia in debolezza.
E così perdiamo i nostri giardini.
Perdiamo quei luoghi – fisici, prima ancora che simbolici – in cui poter coltivare creatività e libertà. Il Kindergarten è uno di questi giardini sonici: piccolo, laterale, quasi nascosto, ma prezioso come un orto urbano strappato al cemento. Qui la musica non è sottofondo, non è intrattenimento usa-e-getta, ma è la ricerca di un linguaggio condiviso. È un modo per capire chi siamo e in quale mondo ci muoviamo, per sottrarci alla recita permanente della normalità obbligatoria. I Cosmetic, con la loro tensione elettrica, ci ricordano tutto questo senza proclami. Non combattono con slogan, non arringano le folle: suonano. E nel suonare mostrano ciò che abbiamo perduto, quasi senza accorgercene. Abbiamo smesso di rammaricarci, convinti che certi valori – il dubbio, l’irrequietezza, la scoperta, l’ostinazione a farsi domande – siano cose vetuste, residui di un’epoca troppo fissata con le ideologie e le connessioni spontanee, con gli incastri analogici e le sue sconfitte vissute sulla pelle.
Eppure, è proprio da lì che la band romagnola riparte.
Le loro trame portano dentro le chitarre e le atmosfere shoegaze degli anni Novanta: un nodo da cui si dipana un viaggio cosmico e terreno allo stesso tempo. Non è nostalgia sterile, ma una ricerca di crepe. Di strappi. Di fenditure in questo presente standardizzato e automatizzato, indulgente con i suoi padroni e spietato con chi ne denuncia le contraddizioni, il doppio-pesismo politico ed economico, la fragilità mascherata da forza.
Ogni brano è una strada carica di feedback, un corridoio dove la voce può perdersi senza vergogna. Non c’è bisogno di spiegazioni didascaliche, di messaggi confezionati per essere condivisi: c’è un suono che avvolge, che ipnotizza, che ti costringe a sentire e a reagire. È una musica che non si accontenta di spiegazioni scialbe o di parole d’ordine pronte all’uso, ma che vuole guardare dentro. Dentro le crepe personali, dentro i ricordi preziosi, dentro le storie fantastiche che ci raccontiamo per sopravvivere. Divagare, cercare, perdersi: è questo il gesto più radicale, oggi. Perdersi in un brano, mentre, fuori, tutto chiede efficienza, chiarezza, immediatezza. Perdersi, mentre la normalità diventa un recinto funesto, demonizzante, svuotato di calore e di mordente.
In quella penombra condivisa, tra i riverberi e i pedali accesi, si capisce che l’amore non ha bisogno di essere esibito. Ha bisogno di essere vissuto. E forse i giardini sonici, come il Kindergarten, esistono proprio per questo: per ricordarci che un’altra normalità è possibile. Una normalità fatta di sudore, di sguardi bassi, di chitarre che graffiano e di cuori che, almeno per una sera, tornano a battere fuori tempo rispetto al mondo.
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