così si pedalava a Bolzano 130 anni fa

BOLZANO. Altro che semplice salto in sella. Nella Bolzano di fine Ottocento, per andare in bicicletta bisognava superare un esame e ottenere una vera e propria licenza di guida. E la bici doveva avere persino una targa. A raccontare questa curiosa pagina della storia cittadina è l’“Oggetto del mese” di settembre del Museo Civico.
Protagonista è la “Legitimationskarte Nr. 320”, una sorta di patente ante litteram rilasciata il 2 agosto 1896 al falegname bolzanino Johann Weger. Il documento testimonia quanto seriamente venisse presa la circolazione dei velocipedi, mezzi allora relativamente nuovi ma già abbastanza diffusi da creare problemi nel traffico.
Del resto, pedalare non era semplice. I bicicli dell’epoca potevano pesare circa 40 chili, avevano i pedali fissati al mozzo della ruota anteriore e richiedevano equilibrio e abilità, soprattutto sulle strade sconnesse. In città dovevano poi convivere con pedoni, carri e cavalli.
Le cronache raccontavano già numerosi incidenti con le biciclette. Il 26 maggio 1891 un bambino di otto anni, corso in strada vicino all’allora Hotel Badl, nell’attuale piazza IV Novembre, si scontrò con un biciclo e rimase ferito alla testa. Il ciclista aveva suonato il campanello e gridato, senza però riuscire a fermarsi in tempo. Nel 1895, a Merano, un’anziana che attraversava via Portici con dell’acqua venne invece investita da un ciclista lanciato ad alta velocità e scaraventata a terra.
Fu così che Bolzano decise di mettere ordine. Non esistendo ancora un codice della strada nazionale, nel 1894 il Comune approvò un proprio regolamento per le biciclette, entrato in vigore il 15 gennaio 1895. Una commissione composta da ciclisti esperti aveva il compito di verificare le capacità dei candidati e chi superava la prova riceveva l’autorizzazione.
Le regole ricordano, per molti aspetti, quelle attuali. Era vietato pedalare sui marciapiedi, bisognava tenere la destra e sorpassare pedoni e carri sulla sinistra. Il campanello andava utilizzato agli incroci e prima dei sorpassi, mentre al calare della luce diventava obbligatorio accendere il fanale.
Nei mercati, durante le processioni e nelle strade particolarmente affollate, il ciclista doveva rallentare e, quando necessario, scendere dalla bicicletta e continuare a piedi. Grande attenzione era richiesta anche in presenza di cavalli e animali da tiro: bisognava osservarne il comportamento e rispettare le indicazioni di chi conduceva carri e carrozze.
Norme precise persino per chi pedalava in gruppo. I ciclisti in colonna dovevano mantenere sei metri di distanza, che diventavano addirittura 20 in discesa. Ogni bicicletta doveva inoltre essere dotata di campanello e fanale e portare dietro il sellino una targa in lamiera con un numero identificativo.
Quella di Johann Weger riportava il 320, lo stesso numero della sua patente. Un dato che racconta anche la velocità con cui la bicicletta stava conquistando la città: appena un anno e mezzo dopo l’entrata in vigore delle nuove norme erano già state rilasciate 320 autorizzazioni, in una Bolzano che contava circa 12 mila abitanti.
Non sappiamo quale mezzo utilizzasse Weger: il pesante biciclo soprannominato “scuotiossa” oppure una delle moderne biciclette con trasmissione a catena e pneumatici ad aria che proprio allora stavano iniziando a diffondersi. La sua piccola patente, oggi conservata dal Museo Civico di Bolzano, resta però la testimonianza di quando anche per una pedalata servivano esame, licenza e targa.
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