così agiva la presunta banda dei tutori predatori
Dove avrebbe dovuto esserci tutela, c’era sfruttamento. Dove la legge affida protezione, qualcuno avrebbe costruito un sistema di saccheggio.
L’indagine dei Carabinieri di Roma ha scoperchiato un meccanismo che, secondo l’accusa, avrebbe sottratto oltre 500mila euro a persone fragili, incapaci di difendersi.
Tutto parte nel 2024 da un controllo su una struttura abusiva a Nettuno. Quella che sembrava una verifica amministrativa si è trasformata in un’inchiesta complessa, capace di allargarsi tra i Castelli Romani e il litorale laziale, fino a delineare una presunta rete criminale radicata sul territorio.
Le misure cautelari
L’ordinanza eseguita dai militari colpisce figure che, per ruolo, avrebbero dovuto garantire la tutela legale delle vittime.
Due amministratrici di sostegno, ritenute dagli inquirenti le menti del sistema, sono finite in carcere. Ai domiciliari sei presunti complici, tra familiari e volontari. Altre quattro persone risultano indagate a vario titolo.
Gli arresti sono stati eseguiti tra Castel Gandolfo, Ariccia, Albano Laziale e Marina di Tor San Lorenzo, in un’area dove il gruppo avrebbe operato con continuità.
Il “metodo”: controllo totale e rendiconti falsi
Secondo la ricostruzione degli investigatori, il sistema ruotava attorno a un’associazione di volontariato con sede a Grottaferrata e a un patronato di Genzano di Roma.
Le amministratrici di sostegno avrebbero avuto accesso diretto ai conti correnti e alle carte prepagate dei soggetti amministrati: pensioni di invalidità, assegni di inclusione, contributi pubblici.
Agli assistiti, molti dei quali anziani o persone con disabilità, sarebbe stato garantito soltanto il minimo indispensabile. In alcuni casi, secondo quanto emerso, mancavano abiti adeguati e cure mediche appropriate.
Il denaro, invece, avrebbe preso altre strade: bonifici verso conti riconducibili agli indagati, prelievi in contanti, spese personali mascherate da necessità degli assistiti.
Per coprire le tracce, il gruppo avrebbe prodotto rendiconti fittizi destinati ai giudici tutelari, allegando scontrini raccolti casualmente per simulare acquisti mai effettuati per le persone amministrate. Una “fabbrica” di giustificativi, utile a blindare formalmente una gestione che, nella sostanza, sarebbe stata predatoria.
L’inizio: una denuncia e sei vite ai margini
L’origine dell’inchiesta è una segnalazione partita proprio da Nettuno. Un familiare, insospettito, ha acceso i riflettori su una comunità alloggio non autorizzata, priva dei requisiti igienico-sanitari e di personale qualificato.
All’interno vivevano sei persone con disabilità, in condizioni ritenute degradanti.
Da quella prima denuncia per abbandono, i Carabinieri hanno seguito la traccia dei movimenti bancari, ricostruendo un flusso di denaro che, nel tempo, avrebbe raggiunto e superato il mezzo milione di euro.
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