Basilicata

Cosenza, via degli Stadi 97/D. Il viaggio in carrozza negli anni ’60

Cosenza, un viaggio nostalgico negli anni ’60: dalla vecchia stazione di Piazza Matteotti, con carrozza e cavallo, lungo Corso Mazzini fino alle case popolari di Via degli Stadi. Negozi storici, palazzi nuovi e trasformazioni urbane di Cosenza rivivono nei ricordi d’infanzia


La prima volta ci arrivammo su una carrozza partita dalla vecchia stazione di piazza Matteotti trainata da un cavallo un po’ tozzo, ma con un bel mantello moro che ai nostri occhi di ragazzini sembrava Ribot. La guidava un tizio strano, racchiuso in un giaccone scuro e con in testa uno sgualcito berretto da cocchiere la cui visiera copriva buona parte del viso. Non proferiva parola, ma emetteva solo antichi comandi onomatopeici che il suo cavallo, che dava l’idea di essere abbastanza pigro, non so fino a che punto apprezzasse.

UN VIAGGIO DI RICORDI E NOSTAGLIA NELLA COSENZA DEGLI ANNI ’60

Da piazza Matteotti appunto, dove all’epoca – siamo nei primi anni Sessanta e lo fu fino ad oltre la metà degli anni Ottanta – era viva e funzionante la vecchia stazione ferroviaria costruita verso la fine dell’Ottocento con pensilina in ferro sul primo binario, sostenuta da colonne di ghisa a capitello. I cocchieri con le loro carrozzelle stazionavano al lato della piazza, per poi di sera ricoverare i cavalli nelle stalle che si trovavano nella vicina via Popilia a qualche metro dall’imbocco dell’angusto e stretto sottopasso pedonale che permetteva ai più di superare, seppur in mezzo a maleodoranti odori di acque putride, l’invalicabile ostacolo dei binari ferroviari che dividevano come un muro la vecchia strada consolare dal resto della città.

IL VIAGGIO IN CARROZZA E VIA DEGLI STADI

Via degli Stadi al numero 97 lettera D era lontanissima e il viaggio in carrozza ai nostri occhi assunse i toni e le attese di un viaggio avventuroso. Mia madre, prima di accomodarsi si fermò da Francesco Carmagnola, negozio di “Tulli, ricami, merletti, tende, vitrage, galloni, nastri, fazzoletti di lino, mercerie” che stava lì in piazza da primi del Novecento. Non ricordo cosa acquistò, forse dei fazzoletti di lino che le permisero in quel giorno particolare di nascondere la evidente emozione, mentre io ero tutto preso nell’ammirare un magnifico e lungo bancone di vendita e misurazioni. Non penso di averne mai più visti di così belli.

COSENZA E L’HOTEL EXCELSIOR

Anche l’Hotel Excelsior che faceva bella mostra sulla piazza, rapiva lo sguardo, ma senza stupori ed entusiasmi. Non era questione di stile. Quel palazzone di fine Ottocento con la facciata neoclassica mi sembrava un posto ostile e lontano come lo erano le persone che osservavo entrare e uscire. Era stato un hotel di lusso e all’epoca manteneva ancora un suo fascino retrò. Oggi è un decadente hotel a tre stelle e Carmagnola non esiste più da anni come l’intero mondo che ruotava intorno alla vecchia stazione.

LA NUOVA STAZIONE A VAGLIO LISE

Quella nuova invece fu costruita a Vaglio Lise, tre chilometri più a nord, su progetto ambizioso risalente agli anni Settanta e a firma degli architetti Sara Rossi e Cesare Tropea. Una massiccia dose di cemento armato ad obsolescenza programmata con soffitti a lacunari e scale elicoidali ideate queste dallo studio di Pierluigi Nervi: “Un complesso che rappresenta una svolta nell’ottimizzazione dei servizi e delle infrastrutture in Italia” si leggeva all’epoca.
Oggi dei sei binari ne restano due. Hanno chiuso bar, tabacchi, scale mobili e ovviamente la bella edicola. Stazione enorme, vuota e desolata. Del parcheggio sottostante meglio non parlarne. La Piazza Matteotti, o ancor prima della Ferrovia, svuotata di senso e di funzioni è dal suo canto ancora in attesa di essere riportata in vita.

I LUOGHI VUOTI DELLA VECCHIA STAZIONE

I luoghi che furono della vecchia stazione restano sostanzialmente vuoti mentre rimbombano ancora le mirabolanti idee che dovevano identificarne la trasformazione. La piazza è limitata a nord da un centro commerciale leggermente sopraelevato utile solo per essere un gran spartitraffico e buona base di osservazione della parte iniziale di due dei tracciati più significativi della città: la via Popilia travolta soprattutto nella sua zona sud da una bulimia di costruzioni senza limiti e il viale Mancini che aveva preso il posto del vecchio rilevato ferroviario per essere immaginato boulevard, poi diventato anonima strada a scorrimento veloce e infine per buona parte viale alberato con giochi e piste ciclabili e passaggio per le auto fortemente ristretto. È il luogo per eccellenza di contraddizioni forti e di interessi contrastanti. Di sicuro è stata meta desiderata di una ondata di costruttori multitasking che ne hanno, senza alcuna opposizione, cementificato i lati degli oltre tre chilometri di percorso.

IL VIAGGIO DELLA NOSTALGIA A COSENZA, LASCIANDO PIAZZA MATTEOTTI

Prima di lasciare del tutto piazza Matteotti e girare a destra, nostra madre ci invitò a guardare di fronte a noi, verso il viale Sertorio Quattromani che a seguito dell’abbattimento della seicentesca chiesa di San Nicola, si poteva osservare nel suo integrale percorso fino al ponte sul Busento. E poi ancora, sollevandoci con delicatezza il mento, indirizzò il nostro sguardo verso il colle Pancrazio con la città vecchia appollaiata e il castello Svevo a svettare maestoso. Lì in fondo la città che aveva vissuto mille storie viveva il suo lento abbandono, ma era, come lo è ancora oggi, di una bellezza folgorante.

CORSO MAZZINI

Il vigile urbano di bianco vestito sulla pedana rotonda, con gesti decisi rallentò la carrozza per dar precedenza a dei pedoni che dovevano imboccare come noi il corso Giuseppe Mazzini. La bella strada, il corso principale. Ma per noi quel giorno era soprattutto la direttrice verso nord, dove la città si sviluppava e dove nascevano, sempre più lontani e periferici, i grandi agglomerati popolari. Via degli Stadi al numero 97 lettera D ci aspettava. Il muso del cavallo invece era fisso sul guanto anch’esso bianco del vigile nell’attesa che desse il via.

TELESIO E IL LUSTRASCARPE

Avevamo appena sfiorato sulla nostra destra la statua di Bernardino Telesio seduto, che stazionava a quei tempi tra la chiesa del Carmine e l’ex convento dei Carmelitani diventato sin dagli anni Trenta sede del Comando dei Carabinieri. Ma gli occhi e l’ammirazione erano tutti per il velocissimo lustrascarpe che a fianco alla statua aveva piazzato la sua di sedia e roteava spazzole e panni adatti a lucidare con invidiabile perizia. Anche Francesco Giudice aveva messo in mostra le sue belle cravatte vendute a costo contenuto. Era notissimo in tutta la città anche per essere un grande tifoso del Cosenza. Qualche anno prima aveva pagato pegno tagliandosi i baffi dopo 25 anni davanti ad una gran folla dopo un derby pareggiato con il Catanzaro. Per tutti era Ciccio. Ciccio u cravattaru, appunto.

PALAZZO DEI BRUZI SENZA L’ELMO

Sulla sinistra della strada invece c’era la piazza dei Bruzi ancora senza elmo. Ai lati del Municipio sorto negli anni cinquanta su progetto dell’architetto Salvatore Giuliani, sotto il portico di destra, c’era la libreria del leggendario Gustav Brenner, l’ebreo austriaco scappato da Buchenwald e poi internato a Ferramonti di Tarsia fino alla fine della guerra. Fu libraio ed editore. Colto e perbene. Regalò a mio fratello Giovanni, che giovanissimo e per un’intera estate fece apprendistato in libreria, una edizione rara di Tarzan della giungla di Edgar Rice Burroughs edita nel 1950 dalla casa editrice Marzocco-Bemporad di Firenze. Qualche anno dopo tra quelle montagne di libri accatastati trovai invece una edizione preziosa dei Canti di Maldoror di Lautréamont che ancora conservo gelosamente.

IL VIAGGIO A COSENZA DETTATO DAL RITMO LENTO DELLA CARROZZA

Il guanto bianco diede il via alla nostra carrozza che così iniziò a percorrere il corso. Nessuno di noi nascondeva l’emozione di ritrovarsi sulla bella strada, elevato almeno a un metro e mezzo da terra e veder scorrere la gente che si fermava a chiacchierare, semplicemente passeggiava o che indaffarata allungava il passo verso non so dove. Il ritmo era dettato dal suono degli zoccoli del nostro Ribot. Qualche auto frettolosa, cosa rara sul Corso, strombazzava con insistenza, ma il cavallo non faceva una piega e manteneva con inalterata e apparente pigrizia il suo passo cadenzato.

UN PICCOLO MONDO SCOMPARSO

All’altezza del Bar Desa ci fermammo e parte di quel piccolo mondo del tutto scomparso ci era già alle spalle. L’edicola di Permesso, il bar Gatto Nero, la libreria Cianflone, i caramelle i Ciccillu, la Singer, la salumeria Spena. Anche il panificio Carbone, nella traversa intitolata al fiume etiopico Daua Parma, che ricorda tristemente l’Italia coloniale e dove nostra madre si recò per prendere dei panini caldi, non esiste più. Li aveva preparati con grande cura nostro padre che in quel luogo consumò la vita senza riconoscenza alcuna.

LE NOCCIOLINI DELLA BANCARELLA DI “U NUCIDDRARU”

All’ingresso di Via Daua, alla bancarella di Ciccio Trifarò detto u nuciddraru comprò anche delle noccioline da farci sgranocchiare durante il viaggio. Dal marciapiede di destra direzione nord ci tuffammo con gli occhi nelle grandi vetrine dei magazzini Standa e Bertucci che rappresentavano la modernità nella città di Telesio. Luci e colori che sembrava essere a Milano. Bertucci vendeva a rate alle famiglie popolari e la Standa qualche anno dopo fu bersaglio dei furti più disparati. Per necessità o per riappropriazione ludica. Erano cambiate molte cose.

IL PALAZZO DEGLI UFFICI

Al Palazzo degli Uffici, precisamente al Genio Civile ci lavorava come geometra mio zio Peppino, fratello di mia madre e pertanto quel palazzone in stile razionalista costruito negli anni trenta che si affacciava alla metà del corso mi sembrava meno ostile. Per osservarlo bene tenemmo lo sguardo girato verso l’alto a sinistra per poi abbassarlo lentamente verso la scalinata, la piazza e le aiuole fiorite. Più tardi e per anni quel luogo divenne il palcoscenico dove ogni giorno si manifestava l’insofferenza e la rabbia come la gioia e la bellezza. È stato un luogo dell’anima e chi c’era ebbe la fortuna di vedere anche in questa piccola città molti “zingari felici, corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra”.

LA PIAZZA KENNEDY CHE ANCORA NON ESISTEVA

La carrozza aveva superato Gatto e Manna, i due bar più importanti della città nuova, molto amati, soprattutto il secondo, dalla borghesia cittadina che faceva mostra di sé sul marciapiede antistante. La piazza di Kennedy e delle colombe di Baccelli non esisteva ancora. I tenui colori pastello, le pitture a calce o con pigmenti naturali che avevano avvolto una buona parte del nostro viaggio, piano piano lasciavano posto a nuove cromie. Le prime pitture al quarzo e sintetiche coprivano i nuovi palazzi di cemento armato che da lì in avanti e ad est come ad ovest della nostra direttrice iniziavano a crescere a macchia d’olio. Ribot, un po’ ansimante a dir la verità, rafforzò il passo alla salita di Pagliaro, ultimo tratto del corso in direzione nord, non era il Pordoi ma si faceva sentire. Al termine della salita, al posto del vecchio pianoro agricolo brillava di luce intensa l’enorme piazza intitolata a Luigi Fera, avvocato massone e politico cosentino dei primi decenni del Novecento.

IL CEMENTO ARMATO DEI NUOVI PALAZZI

I nuovi palazzi che disegnavano il futuro erano unici blocchi di cemento armato che ne occupavano integralmente i lati. Cinque i piani con magazzini a piano terra ai lati di una piazza grandissima e semivuota. Pochissime macchine transitavano, qualche camion che si dirigeva verso le nuove periferie, corriere e postali. Al lato sud un grande palazzo confinante con il corso con forma arrotondata. Una insegna ci colpì particolarmente per la sua enorme lunghezza, era quella del bar gelateria Colosseo. Prove di grandeur provinciale. Attraversare quel grande spazio semideserto ci diede un senso di smarrimento. Che ci faceva una carrozza trainata da un cavallo stanco tra i palazzoni di una città che diventava sempre più sconosciuta?

COSENZA NEL VIAGGIO DELLA NOSTALGIA, TRA RICORDI BELLEZZA, CEMENTO E POTERE

Nostra madre ci guardò, ci fece aprire le mani a coppa e le riempì con le noccioline di Ciccio. Rincuorati attraversammo la via Caloprese in direzione piazza Loreto e il panorama però non cambiò per nulla. Bisognava solo fare abitudine a quella sfilza di palazzi senza bellezza alcuna che rappresentavano la nuova era dello sviluppo urbano. Cemento e potere saccheggiavano le intere aree a nord della città. Attraversammo piazza Loreto con a destra la nuova grande chiesa della Madonna di Loreto, all’epoca non ancora terminata, ma chiaramente brutta ed esagerata nella forma e negli spazi. D’altronde era figlia dei tempi. Non era da sola a dir la verità perché anche la nuova chiesa di San Nicola, ricostruita dietro il Municipio dopo l’abbattimento di quella seicentesca e quella centralissima dedicata a Santa Teresa, facevano gara di magniloquenza tra l’altro ben foraggiata dalla devota borghesia cittadina.

L’ESTETICA BRUTALISTA

Alla nostra sinistra invece un enorme fossato preparava la costruzione della futura sede provinciale dell’Inps, esempio di estetica brutalista con cemento a vista e forme geometriche. Meno male che qualche metro più avanti uno straordinario signore di nome Sorrentino sfornava pizze a portafoglio di rara bontà dentro un reliquato di palazzo resistente alla modernità. Quel giorno ci bastò l’odore. In seguito la conoscenza fu approfondita.

IL TORRENTE A MONTE OSTACOLO ALLA CEMENTIFICAZIONE

A piazza Europa attraversammo su una passerella il torrente che scendeva dalla collina a monte. Non esisteva ancora la piazza con fontane e alberi. Il torrente che era ostacolo alla cementificazione selvaggia della zona fu interrato. Per anni, ogni tanto sulla sede stradale si aprivano voragini. Il torrente forse desiderava riveder la luce. Chi lo sa. Anche qui i passanti avevano un luogo di pellegrinaggio. Impossibile resistere ai panzerotti e ai cuddrurieddri dei signori Montalto. Mi inchino a loro.

LA STRADA PER CASTROLIBERO

Eccoci finalmente alla strada per Castrolibero, cosi si chiamava un tempo, imboccata alla sinistra della stazione di rifornimento Esso. Ci avrebbe portato senza deviazioni o soste, cavallo permettendo, alla palazzina dell’Istituto Autonomo delle Case Popolari al numero 97 lettera D. Un certo fermento montava in carrozza, ma nessuno di noi sapeva cosa dire. Forse era meglio continuare ad osservare il mondo intorno fino a quel momento completamente sconosciuto. La strada iniziava in salita per poi ripianare, molto più avanti, quando incrociava il declivio della collina di San Vito Alto. Alla nostra destra costruzioni rurali nel mezzo di una miracolosa vegetazione collinare.

LA VENERATISSIMA ELENA AIELLO

La piccola chiesa oggi nascosta tra i palazzoni di “Città 2000”, l’istituto delle suore fondato dalla veneratissima Elena Aiello e la bella vecchia scuola agraria che non era però del tutto visibile contornavano il tragitto, mentre a sinistra la collina di Serra Spiga che si apprestava ad essere sventrata dalla galleria autostradale era ancora quasi del tutto vergine. Nel giro di pochi anni, migliaia di metri cubi di cemento trasformarono il paesaggio collinare in un ammasso di case destinate in pochi decenni ad un forte deterioramento. Anche quelle residenziali di “Città 2000”, con le aiuole ben curate e pure la piscina, tutte ben recintate con alti cancelli come quasi a difendersi dai quei popolani che abitavano nei quartieri intorno, mostrarono evidenti segni di decadimento. Intonaci caduti a pezzi e rifiuti sparsi al posto dei fiorellini.

LA CARROZZA CHE RALLENTA LA NATURA BELLISSIMA

Noi, intanto, passeggeri ignari, osservammo la nostra carrozza rallentare un po’ e poi curvare a destra. Il cavallo che aveva disegnato la traiettoria con un docile movimento laterale della testa ritornò, subito dopo quel tratto e la successiva leggera discesa, a un passo regolare. La strada invece aveva assunto i tratti del viale, avvolta com’era da una infinità di pioppi e da imponenti querce e lo sguardo ne seguiva il percorso lungo e dritto per almeno un chilometro. All’orizzonte si vedeva ben delineata la zona collinare di Castrolibero e più in alto la catena appenninica con Monte Cocuzzo ad elevarsi su tutto. Per una casa ci avevano espulso dalla città, ma almeno la natura era bellissima!
E così, poco prima di arrivare alla meta, fummo accolti da una vecchia e maestosa quercia i cui rami avvolgevano il viale quasi a farne un arco. Abbassammo istintivamente la testa quasi a proteggerci, per rialzarla pian piano e osservare la maestosità del tronco, la chioma fluente, i rami forti, lunghi e nodosi. Diventammo amici finché una mattina non la tagliarono. C’era bisogno di spazio, la strada stretta non bastava più.

LE PALAZZINE DELLO IACP

Passammo davanti al primo nucleo di palazzine popolari targate IACP. Sette in tutto con al centro una bassa struttura con tre magazzini. Belle costruzioni in mattoni pieni e travi in legno a regger i bei tetti di tegole in cotto. In qualche modo rispettose nella natura intorno. Ancora oggi resistono con qualche affanno, al tempo e all’assoluta assenza di intervento pubblico. Dall’altra parte della strada era invece in costruzione la Centrale del latte che fu inaugurata in pompa magna nel 1965. Quando invece agli albori del nuovo secolo l’attività si trasferì a Castrovillari rimase per anni un terreno non bonificato con residui alimentari e non, allegramente interrati. Materiale di risulta da base a futuri supermercati. Dopo pochi metri il cocchiere fermò l’eroico Ribot e noi scendemmo finalmente dalla carrozza.

UN QUARTIERE CIRCONDATO DA PALIZZATE E CANTIERI

Arrivati nel centro del nuovo quartiere circondato ancora dalle palizzate di cantiere. Ci guardammo stupiti e po’ straniti circondati come eravamo dalle nuovissime e lucide palazzine in cemento armato a tre piani oltre a quello rialzato. Ai vetri delle finestre, dove ancora mancavano le serrande, era stata verniciata come da prassi una lunga lettera S. La luce che avvolgeva i palazzi non aveva nulla di caldo e di accogliente e quando ci penso mi ricorda quella in bianco e nero fotografata straordinariamente da Tonino Delli Colli in Accattone di Pasolini. I nuovi quartieri dell’immensa periferia italiana si assomigliavano tutti.

VIA DEGLI STADI 97, LA NOSTRA NUOVA CASA

Attendemmo l’arrivo in bicicletta di mio padre e finalmente un signore che portava con sé un mazzo di chiavi gigantesco ci indicò prima e poi ci fece strada fino all’ingresso della nostra nuova casa. Via degli Stadi numero 97 alla lettera D piano secondo oltre il rialzato. Bella, spaziosa, tre camere e bagno, cucina, ripostiglio, soffitta e poi ancora due belle terrazze. Mia madre era la più felice di tutti, finalmente una casa tutta sua e l’emozione era così evidente che il fazzoletto di lino preso da Carmagnola quasi non bastò. Una farfalla bianca che era entrata in casa fu interpretata, come da tradizione popolare del meridione, simbolo e presagio di buona fortuna. Lei che non amava affatto le farfalle né tantomeno i simbolismi si convinse che era proprio così.

LE CANDELE CONSUMATE E NON PER DEVOZIONE

Prima di Natale del 1964 andammo ad abitare definitivamente nella nuova casa a canone popolare. Riscaldamenti zero, acqua quasi solo di notte, luce che spesso andava via, illuminazione esterna inesistente. Nella notte di Natale consumammo molte candele e non per devozione. Ci avevano buttato lì, una bella casa per noi tutti, ma il resto contava poco. Il braciere ci salvò dal freddo. Ci vollero anni prima che i servizi iniziassero a funzionare con normalità. Ma è noto che ancora oggi, succede che manchi l’acqua.

COSENZA E L’ACQUA CHE NON C’ERA

A quasi tutta la città, a dir la verità. Intanto nell’ottobre di quell’anno era stato inaugurato qualche centinaio di metri più avanti della nostra casa, lo stadio San Vito. Il nuovo e bellissimo (allora) stadio di calcio del Cosenza, campionato di Serie C. Il 10 di gennaio del 1965 ci andai per la prima volta e si vinse tre a zero.

Forse con doppietta di Campanini e un gol di Millea, non ricordo bene. Ma questa è tutta un’altra storia, non c’entra nulla. Forse.
Con il tempo cambiò anche la toponomastica e la palazzina a tre piani oltre rialzato si ritrovò sulla Via Kroton al numero 3. Nessuno è rimasto di quei nuclei originari che l’hanno abitata per anni. Alla finestra dove da ragazzino appoggiavo il naso nelle giornate di pioggia scrivendo sulla condensa creata dal mio respiro hanno cambiato da poco gli infissi. Sono di un bianco accecante, proprio come quelli di tanti anni fa.


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