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Cos’è lo stretto di Hormuz e cosa succede se viene bloccato: tutti i richi

Nel cuore del Golfo Persico si trova uno dei passaggi marittimi più delicati e strategici del pianeta: lo Stretto di Hormuz. Tra le coste dell’Iran e dell’Oman si snoda questo corridoio marittimo strettissimo ma cruciale per gli equilibri energetici globali. Ogni giorno, secondo la U.S. Energy Information Administration, vi transitano circa 17 milioni di barili di petrolio, ai quali si aggiungono enormi quantità di gas naturale liquefatto (GNL) proveniente soprattutto dal Qatar.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, ieri, ha annunciato il “controllo totale” dello Stretto. “Attualmente, lo Stretto di Hormuz è sotto il controllo totale della Marina della Repubblica Islamica”, ha affermato Mohammad Akbarzadeh, un alto funzionario delle forze navali dell’Irgc, come riportato dall’agenzia di stampa Fars.

Nel complesso, oltre il 20% del commercio energetico globale dipende da questa rotta. Le petroliere in partenza da Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Qatar e dallo stesso Iran devono necessariamente attraversare lo stretto per raggiungere i mercati asiatici ed europei. Per questo motivo Hormuz è considerato da anni uno dei principali “chokepoint” energetici del pianeta, un punto di passaggio che, se bloccato o anche solo minacciato, può avere effetti immediati sui prezzi del petrolio, sui mercati finanziari e sulla sicurezza energetica di molti Paesi.

Cosa sta accadendo a Hormuz

A poche ore dall’inizio degli attacchi congiunti lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il 28 febbraio, il traffico marittimo nel Golfo Persico ha subito un brusco arresto. Con diversi porti temporaneamente chiusi e molte navi costrette a cercare riparo lontano dalle aree più esposte, la navigazione in quel di Hormuz – di cui Teheran ha rivendicato il controllo mercoledì 4 marzo – è stata fortemente limitata, con effetti immediati sui commerci regionali. Nelle ultime ore diverse petroliere e navi cargo sono rimaste in attesa fuori dall’area, mentre armatori e assicuratori marittimi stanno rivalutando i rischi di transito in una delle rotte energetiche più sensibili del mondo.

Le conseguenze non riguardano soltanto il petrolio. Secondo la società di consulenza Bernstein, citata da Dow Jones, le tensioni nello stretto potrebbero provocare interruzioni nelle consegne e nelle vendite di automobili in tutto il Medio Oriente, uno dei mercati più importanti per le case automobilistiche cinesi come Chery, SAIC Motor e Great Wall Motor. Anche alcune esportazioni europee rischiano contraccolpi: tra queste i prodotti agricoli francesi – cereali, vino e liquori – che transitano abitualmente attraverso i porti della regione. Dal Golfo, inoltre, partono enormi quantità di materie prime cruciali per l’agricoltura globale: circa il 27% delle esportazioni mondiali di ammoniaca, il 22% dei fosfati e il 45% dello zolfo, componenti fondamentali per la produzione di fertilizzanti.

Nel frattempo, gran parte dei grandi operatori del trasporto marittimo – tra cui MSC e CMA CGM – ha scelto di sospendere temporaneamente le prenotazioni di merci da e per diversi porti della regione, in attesa di capire come evolverà la situazione di sicurezza nelle prossime ore.

Quali opzioni per aggirare Hormuz

All’interno dell’area del Golfo il commercio dipende quasi totalmente dalle rotte marittime, anche a causa della limitata presenza di infrastrutture ferroviarie e stradali capaci di sostituire i traffici via mare. Dall’inizio dell’escalation militare, diverse compagnie di navigazione hanno cercato di aggirare temporaneamente il blocco logistico, scaricando container in porti come Khor Fakkan negli Emirati Arabi Uniti o Salalah in Oman, per poi trasportarli via camion verso il Golfo.

L’Egitto starebbe intanto valuta di utilizzare l’oleodotto SUMED come alternativa temporanea per il trasporto del petrolio verso il Mediterraneo e l’Europa. Il ministro egiziano del Petrolio, Karim Badawi, ha dichiarato che il Paese dispone delle capacità tecniche e logistiche per sostenere questa rotta strategica e ha confermato la disponibilità del Cairo a collaborare con gli Stati del Golfo per facilitare il flusso di greggio dal Mar Rosso al Mediterraneo.

L’oleodotto, gestito dalla Arab Petroleum Pipelines Company (SUMED) e partecipato per il 50% dall’Egyptian General Petroleum Corporation insieme a partner del Golfo, collega Ain Sokhna sul Golfo di Suez a Sidi Kerir sul Mediterraneo e ha una capacità di circa 2,8 milioni di barili al giorno.

Secondo diversi analisti energetici, la linea potrebbe contribuire ad attenuare le tensioni sui mercati petroliferi nel caso in cui il conflitto si protragga. Il greggio potrebbe essere trasportato via nave dal porto saudita di Yanbu fino ad Ain Sokhna, per poi attraversare l’Egitto tramite l’oleodotto e raggiungere il Mediterraneo, da dove verrebbe spedito verso Europa e Stati Uniti. Oltre a fungere da alternativa al Canale di Suez per le grandi petroliere che non possono attraversarlo, il sistema SUMED dispone anche di capacità di stoccaggio fino a 40 milioni di barili, rendendolo uno strumento potenzialmente importante per stabilizzare i flussi energetici in una fase di forte tensione sui mercati petroliferi.

I rischi per l’Europa e l’Italia

La crisi nello Stretto di Hormuz rappresenta un rischio concreto per l’Europa e per l’Italia soprattutto sul piano energetico ed economico. In Europa il problema principale riguarda il gas naturale liquefatto (Gnl): dopo la riduzione delle forniture russe, molti Paesi europei dipendono in misura crescente dalle spedizioni via mare provenienti dal Golfo, in particolare dal Qatar. Le difficoltà nei transiti attraverso Hormuz e lo stop temporaneo di alcune operazioni energetiche nella regione stanno già contribuendo a far salire i prezzi del gas e rendono più difficile riempire gli stoccaggi europei.

Per l’Italia il rischio è ancora più sensibile, perché una quota significativa del Gnl importato arriva proprio dal Qatar e passa attraverso questa rotta: le interruzioni costringono a cercare forniture alternative, spesso più costose. L’impatto si tradurrebbe rapidamente in bollette energetiche più alte, pressione inflazionistica e maggiori costi per l’industria, in particolare per i settori energivori. A questi fattori si aggiungono le conseguenze logistiche: la crescente insicurezza nella zona del Golfo sta spingendo compagnie di navigazione e assicuratori ad aumentare premi e tariffe o a ridurre i transiti, con possibili ritardi nelle catene di approvvigionamento globali.

Anche se l’Europa può compensare parte dei volumi con forniture da Stati Uniti, Africa o altre rotte, un blocco prolungato di Hormuz rischierebbe comunque di provocare forte volatilità dei prezzi e nuove tensioni sul sistema energetico europeo.




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