Cosa c’è dietro l’aumento del prezzo del diesel e dell’esplosione dei costi dell’auto

I primi mesi due mesi del 2026 si sono distinti per le molte novità che hanno determinato un peggioramento delle condizioni generali del settore automobilistico, già afflitto da grossi problemi. Diminuzione della domanda di acquisto di automobili nuove, aumento del prezzo di listino dei veicoli, margini sempre più ridotti per i costruttori tradizionali, alta competizione tecnologica e mercato interno sotto stress a causa delle pressione esercitata dalla Cina, vero leader nella componentistica elettronica destinata alle automobili, oltre che patron delle preziose terre rare che servono per produrre le batterie delle auto elettriche, che la UE vorrebbe imporre come unica forma di mobilità.
Nel frattempo noi automobilisti siamo chiamati a fare i conti – è proprio il caso di dirlo – con l’aumento del prezzo del gasolio al distributore, quale conseguenza dell’aumento delle tasse (accise) sul diesel, scattato dal 1 gennaio 2026. Il motivo ufficiale è che occorre difendere l’ambiente. La chiamano transizione ecologica, ma una transizione dovrebbe essere graduale e soprattutto non imposta per legge. Dovrebbe lasciare liberi i cittadini di scegliere la motorizzazione che preferiscono tra benzina, diesel, gpl, metano, ibrido e elettrico. Tutto secondo le specifiche esigenze di mobilità. Una transizione che pesa sempre sugli stessi soggetti, cioè automobilisti, professionisti del settore (trasportatori per i camion, spedizionieri per i furgoni, tassisti, agricoltori con i trattori e i mezzi agricoli, solo per fare degli esempi) rischia di essere solo un altro modo per fare cassa e contribuire al generale aumento del costo della vita. L’effetto è che oggi l’Italia ha l’accisa sul gasolio più alta d’Europa. In un Paese dove il trasporto su gomma rappresenta il metodo di spedizione di gran lunga più utilizzato, spostando più dell’80% delle merci (dati Eurostat), contro una media europea di poco superiore al 70%, su chi pensate saranno scaricati i maggiori costi determinati dall’aumento dell’accisa sul gasolio? Su noi consumatori finali.
Per non parlare poi dell’aumento del prezzo medio della RC auto, del costo della manutenzione ordinaria e straordinaria, del bollo auto, dell’aumento dei pedaggi autostradali, del costo per la sostituzione degli pneumatici, tanto per citare le principali voci di spesa fisse e variabili che incidono sul consumatore-automobilista dopo avere acquistato l’auto, ma che evidentemente si riverberano anche sull’artigiano con il suo furgone, sul veicolo del professionista e via così su tutti quelli che a vario titolo sono proprietari di un veicolo.
E’ quindi facile comprendere che, a causa dei continui rincari, la popolazione tende a rimandare l’acquisto della vettura nuova. L’inflazione non aiuta. Il settore automobilistico sta soffrendo. La conseguenza ulteriore è che il parco auto circolante sta invecchiando. Cambiare macchina oggi costa caro, più che in passato. In questo contesto per il momento regge il mercato dell’usato e questo genera un aumento del lavoro per le officine specialmente generaliste, a causa del fatto che ci sono più auto vecchie in circolazione. Cresce la necessità di servizi di manutenzione, di riparazioni e di preparazione per la revisione. Il rischio è che, continuando senza delle politiche industriali automobilistiche strutturali e di lungo periodo, si possa incorrere in un effetto “Cuba” con veicoli circolanti sempre più obsoleti, semplicemente perché quelli nuovi hanno prezzi di acquisto troppo alti che la gente “normale” non può permettersi. Appare quindi utopistico, oltre che illiberale, il green deal previsto per il 2035, a meno che gli obiettivi non siano altri.
Nel frattempo da ottobre 2026 in molte città del centro nord Italia scatterà il blocco dell’euro 5.
Mala tempora currunt per l’automobile e per noi automobilisti.
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