Trentino Alto Adige/Suedtirol

Cortina e il fascino olimpico, fra speranze e critiche a «scelte imposte» – CRONACA



Settant’anni fa c’era Brigitte Bardot, ora lo chalet di Tom Cruise. Cortina torna a ospitare le Olimpiadi dopo l’edizione leggendaria del 1956, la prima a cinque cerchi su suolo italiano, che trasformò una località di villeggiatura già nota in un’icona mondiale.

Nel primo giorno di gare ufficiali, sulla perla delle Dolomiti nevica per l’intera giornata. Le strade sono bianche, sui marciapiedi si gira a fatica. L’inverno come ce lo si immagina, non come lo si è visto troppe volte negli ultimi anni anche nella precedenti edizioni dei Giochi.

È uno dei pochi elementi di congiunzione coi Giochi di settant’anni fa, per il resto il mondo è cambiato. “C’è un abisso, gli sci corrono il doppio o quasi”, riflette Bruno Alberti, 91 anni, ex sciatore ampezzano.

Settant’anni fa il suo sogno di gareggiare davanti alla propria gente in gigante e discesa si infranse pochi giorni prima delle gare per un infortunio in allenamento. Il 26 gennaio è stato tedoforo nella tappa della torcia a Cortina, un risarcimento parziale. “Fu una bellissima Olimpiade, ha lasciato un bel ricordo. Cortina è unica, le montagne intorno non le ha nessuno”. E anche questi Giochi “lasceranno un bel ricordo”, assicura.

“Le Olimpiadi – spiega Nicoletta, della libreria Sovilla – sono importanti, noi viviamo ancora degli allori del 1956 e da allora non si è più fatto nulla. È l’occasione per rinnovarsi, tanti alberghi sono in ristrutturazione. Noi abbiamo aperto nel 1971, già allora si vedeva un paese in decadenza. Ora è l’occasione per rimettere in moto tutto”.

Certo, sottolinea Nicoletta, “qui è stato fatto tutto all’ultimo momento”.

Lo si vede girando per il paese, che ha ancora l’aria del cantiere in rifinitura accentuata dai numerosi spazzaneve e cittadini armati di pale che animano strade e marciapiedi.

Lo stadio del ghiaccio, a poca distanza dal quale è morto alcune settimane fa il vigilante Pietro Zantonini in una notte di temperature polari, è concluso.

Ma fuori manca qualche elemento scenografico e le squadre di curling, nella serata inaugurale, devono fermarsi alcuni minuti per problemi con le luci.

Più critico sui Giochi è il 26enne Pietro Gaspari “Bandion” (qui il soprannome di famiglia vale più del cognome), che con alcuni coetanei ha messo in piedi un collettivo per portare alla luce le contraddizioni olimpiche.

C’è il tema della pista da bob, costruita tagliando alberi e ad alti costi nonostante il numero esiguo e in declino di praticanti, ma non è l’unico né il principale.

“Dagli anni ’70 a oggi abbiamo perso 3.000 residenti, siamo passati da 8.500 a 5.500. Il nostro paese è sempre meno pensato per chi ci vive e sempre di più per chi lo consuma” e le Olimpiadi “acuiscono” la dinamica. Certo, qualcosa si può salvare: “Si sono sbloccati investimenti alberghieri, il restauro dello stadio è stato una cosa positiva, le varianti di Tai e Valle di Cadore non so se valevano mezzo miliardo ma sono contento che esistano”.

C’è anche un tema di coinvolgimento della popolazione, “dai Mondiali del 2021 in poi le scelte più importanti sono calate dall’alto” e “noi cittadini non siamo minimamente consultati o coinvolti”.

Pietro parla anche da ladino: “Nel materiale olimpico, del fatto che gli ampezzani siano ladini non si parla mai, la toponomastica degli eventi non riporta il nome ladino”.

Per questo la Union de i Ladis de Anpezo ha invitato a esporre i propri vessilli verdi, bianchi e blu alle finestre. Motivo per cui in un paesino che per la seconda volta in settant’anni ospita le bandiere di tutto il mondo, quella ladina è la più visibile.




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