«Corruzione», Gisabella chiede di essere assolto: i pm vogliono condannarlo a 7 anni

di Enzo Beretta
Assoluzione perché «il fatto non sussiste» dall’accusa di concorso in corruzione per un atto contrario doveri d’ufficio. È quanto richiesto dalle difese dell’ex carabiniere Orazio Gisabella e degli armatori siciliani Sergio La Cava e Vincenzo Franza, sotto processo a Perugia in seguito ad un’indagine nata a Palermo e trasferita in Umbria per competenza territoriale. Per Gisabella, accusato anche di accesso abusivo a sistema informatico la Procura ha richiesto una condanna a 7 anni e 3 mesi di reclusione, 4 anni di pena per La Cava e l’assoluzione per Franza (art. 530 comma 2), che da questo processo vuol uscire scagionato «con formula piena».
Nel corso di un’arringa durata due ore piene l’avvocato dell’ex luogotenente dei carabinieri del Ros, Nicola Di Mario, che non ha affrontato questioni giuridiche legate a 16 capi di imputazioni in cui venivano contestate ipotesi di truffa, rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio e falso «in quanto prescritti», si è soffermato sulla presunta corruzione e sugli accessi abusivi contestati a Gisabella tra il 1° e il 29 agosto del 2016, eseguiti – secondo l’accusa – «al fine di attingere informazioni estranee a finalità istituzionali e tendenti, invece, a soddisfare esigenze conoscitive di soggetti privati estranei all’Arma». «Gli accessi sono stati di pertinenza lavorativa e giustificati da attività di servizio» ha detto Di Mario, sollecitando in questo caso l’assoluzione perché «il fatto non costituisce reato».
Ma è sulla corruzione che che si gioca il braccio di ferro con la Procura, secondo la quale Gisabella, per anni in servizio alla Sezione anticrimine di Perugia e poi al Nucleo tutela patrimonio culturale, ha «concordato e accettato che La Cava, presidente della società ‘Navigazione Generale Italiana Spa’, collegata al gruppo imprenditoriale facente capo all’armatore Franza e comunque vicino a quest’ultimo in nome di stretti rapporti personali, promuovesse e agevolasse l’assunzione della figlia di Gisabella con contratto a tempo indeterminato e inquadramento al 4° livello presso la ‘Caronte & Tourist Isole Minori Spa’, di cui Franza è legale rappresentante, quale corrispettivo per aver eseguito condotte costituenti atti contrari ai suoi doveri d’ufficio in quanto strumentali agli interessi di La Cava e Franza diretti a osteggiare e recare pregiudizio alla società di navigazione marittima ‘Ustica Lines Spa’ (poi ribattezzata ‘Liberty Lines Spa’) e ai componenti della famiglia Morace proprietaria di essa». «Non c’è stato nessun patto corruttivo – ha spiegato Di Mario – La Cava era disponibile a procurare un’offerta lavorativa alla figlia di Gisabella, dimostrando un interessamento amichevole per il lavoro in Caronte come in altre realtà imprenditoriali, anche estere. Prima del colloquio le offrì alcuni consigli su come affrontarlo e acquisì anche una lettera di credenziali dall’Assemblea legislativa dell’Umbria, dove lei riceveva uno stipendio superiore rispetto a quello in Sicilia». E ancora: se i pm sono convinti che Gisabella abbia «fatto proprio il contenuto di un esposto circostanziato, a lui fornito da La Cava», la difesa ha ribadito che «l’esposto anonimo Gisabella lo ha ricevuto da una fonte anonima». E se, come sostiene la Procura, Gisabella ne ha «riportato, come riconducibile a fonte confidenziale, il contenuto in forma di relazione a sua firma, adoperandosi affinché detta relazione giungesse alla Procura di Palermo al preciso scopo di determinare l’avvio di un’indagine nei riguardi dei Morace e della loro impresa di navigazione», la difesa replica: «Rispettato il principio di gerarchia, non c’è stata nessuna violazione delle norme comportamentali. Corretta l’iniziativa di Gisabella che elaborò un’informativa di polizia giudiziaria poi trasmessa alla sezione anticrimine del Ros di Palermo».
Il primo a prendere la parola questa mattina è stato l’avvocato Stefano Bagianti, difensore di La Cava: «Come si fa a parlare di corruzione in questa vicenda giudiziaria? Gisabella e La Cava sono amici di infanzia, tiravano i sassi insieme da piccoli all’isola di Vulcano e sono rimasti amici per tutta la vita. Manca il sinallagma, i due si fanno dei piaceri con il piacere di farlo». Secondo l’altro legale di La Cava, l’avvocato Antonio Roberti, l’assunzione della ragazza, «avvenuta insieme ad altre 20, non è il prezzo corrispettivo di una campagna mediatica su un giornale nazionale che non c’è mai stata». Sul punto Di Mario ha aggiunto che «Gisabella non ha mai consegnato atti dell’Arma al giornalista ma solo il contenuto di un esposto anonimo che ormai non era più segreto».
L’avvocato David Brunelli, che insieme al collega Alberto Gullino difende l’ingegner Franza (unico imputato presente stamani in aula), ha spiegato: «Non è vero che sussistono elementi di consapevolezza di Franza per cui La Cava si stesse facendo aiutare da Gisabella per danneggiare Morace, anche perché i due gruppi non erano in concorrenza tra loro, Morace svolgeva un’attività diversa dalla sua». Proseguendo: «I ‘fortissimi elementi’ di cui parla la Procura non si capiscono davvero, non ci sono indicazioni di La Cava che informa Franza, eppure i loro telefoni erano intercettati. La figlia di Gisabella è stata assunta sei mesi dopo da Franza, il fatto che quell’assunzione fosse il compenso per l’opera svolta per ricambiare il favore a La Cava non può essere provato. Sono state seguite le procedure della società, Franza non aveva in animo di ricompensare nessuno, se fosse stato interessato non avrebbe aspettato tutto quel tempo». Ad ascoltarlo, dietro di lui, c’era l’avvocato Cristiano Savatteri che rappresenta la parte civile Morace.
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