Economia

Corporate Italia supera l’esame S&P Global Ratings (ma c’è il rischio rilocalizzazione)

Un quadro «stabile», come lo è l’85% degli outlook assegnati alle società analizzate, ma al tempo stesso da monitorare sempre con estrema attenzione, anche alla luce dei fenomeni che stanno ridisegnando il tessuto industriale dell’intera Europa. Le aziende italiane passano l’esame di S&P Global Ratings in un 2025 che ha visto prevalere le promozioni fra le decisioni effettuate dall’agenzia: ben dieci nel corso degli ultimi undici mesi rispetto a soli due declassamenti, anche per un riflesso del miglioramento del rating sovrano avvenuto lo scorso aprile. E possono quindi guardare con fiducia all’anno che si affaccia, pur senza sottovalutare le sfide che ancora le attendono.

Le incertezze

Se il 2025 è stato infatti in gran parte caratterizzato dall’incertezza legata all’applicazione dei dazi all’importazione ad opera degli Stati Uniti – un fenomeno che ha «impattato in negativo sulla crescita economica, ma anche sul livello degli investimenti» – il futuro si apre secondo S&P con la questione della rilocalizzazione della produzione che molte aziende stanno effettuando verso aree più competitive, in particolare gli Stati Uniti. «Il fenomeno non è certo nuovo – spiega Renato Panichi, Managing Director Corporate Ratings di S&P Global Ratings – ma ha subito un’accelerazione per una serie di aspetti, quali la ricerca di maggiore sicurezza negli approvvigionamenti, la presenza di costi energetici più bassi fuori dall’Europa, la necessità di produrre più vicino alle aree dove i prodotti vengono consumati e naturalmente anche la spinta esercitata dalle nuove politiche commerciali».

I settori

La tendenza riguarda l’intero continente europeo, non soltanto le imprese italiane, ed è più evidente in alcuni settori. «Nella chimica, dove i costi dell’energia sono particolarmente elevati, i volumi di produzione si sono ridotti del 20% rispetto al 2021, mentre nel manifatturiero nel suo complesso la situazione è più stabile» osserva per esempio Panichi, prima di puntare dritto al nocciolo della questione. «In alcuni casi la rilocazione delle attività fuori dall’Europa può significare anche deindustrializzazione: il futuro non è ancora scritto, ma questi segnali non devono essere sottovalutati» avverte il co-autore del rapporto Italian corporate outlook 2026 che sarà diffuso oggi durante la conferenza di presentazione delle previsioni dell’agenzia di rating sui vari settori del credito nel nostro Paese per il prossimo anno.

Proprio su questo punto sarebbe auspicabile un intervento da parte dei regolatori europei. «Occorre una risposta che permetta di affrontare nel medio termine i nodi strutturali e per evitare che questa tendenza alla deindustrializzazione che si inizia a percepire in alcuni settori diventi irreversibile» sottolinea Panichi, ricordando come la Commissione Ue abbia pubblicato un piano per aumentare la competitività al settore chimico, che deve tuttavia ancora essere messo in atto.

La situazione italiana

L’Italia appare in tal senso piuttosto allineata alla tendenza europea, se si eccettua forse il già ricordato beneficio del miglioramento del rating sovrano e la conseguente accresciuta credibilità del nostro sistema Paese che ha giovato anche alle società private nel momento in cui si sono dovute rifinanziare sui mercati. La distinzione chiave da effettuare, semmai, è tra multinazionali e aziende domestiche: «Le prime sono in grado di spostare le produzione in modo da assorbire meglio shock geopolitici e commerciali, cosa che per molte Pmi focalizzate sul mercato interno non è altrettanto semplice».


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