Coroner – Dissonance Theory | Indie For Bunnies
La storia dei Coroner è fatta anche – se non soprattutto – di silenzi, pause e attese. Ma ora possiamo dirlo con certezza: dietro quell’interminabile scena muta durata tre decenni, ribolliva un calderone di musica pesante pronto a esplodere. Trentadue anni dopo l’uscita di “Grin” – ultima opera pubblicata prima dello scioglimento, avvenuto nel 1996 – e a quindici anni dalla reunion che finora si era limitata a concerti e tournée, il trio svizzero torna ufficialmente in pista con le dieci tracce di “Dissonance Theory”: un comeback album che profuma di secondo esordio.

Non solo perché, per la prima volta, accanto a Tommy Vetterli (chitarra) e Ron Broder (voce e basso) troviamo il batterista Diego Rapacchietti, subentrato allo “storico” Marky Edelmann. Il disco, infatti, riprende il filo del discorso dove si era interrotto, ma lo fa con una visione più moderna e ampia. Già il sottovalutato “Grin” rappresentava un’evoluzione nel sound del gruppo, ma “Dissonance Theory” ne espande le intuizioni, rielaborandole con una consapevolezza nuova.
Ritornano le sfumature industrial che segnavano il lavoro del 1993, si fanno più marcate le influenze progressive – in particolare nei brani “Crisium Bound” e “Transparent Eye” – ma al centro resta la specialità di casa Coroner: un thrash metal maestoso e tecnicamente impeccabile, dove le radici punk/hardcore della Bay Area cedono il passo ad atmosfere oscure e infernali ereditate dai loro connazionali Celtic Frost (di cui i giovani Vetterli e Broder furono roadie negli anni ’80).
I tecnicismi, pur sempre presenti, assumono oggi un ruolo meno dominante. I Coroner del 2025 appaiono più maturi, meno ansiosi di esibire le proprie capacità, più concentrati sulla costruzione di brani solidi e stratificati. Ogni traccia diventa così un piccolo viaggio negli abissi del metal estremo contemporaneo: un suono compatto ma attraversato da influenze molteplici, persino con leggere venature jazz – come dimostra bene lo straniante assolo d’organo nella strumentale “Prolonging”.
La lunghissima pausa non ha ammorbidito in alcun modo la band che, con la precisione di un orologio svizzero (chiedo scusa per l’espressione banale ma non fuori contesto), continua a colpire con forza brutale. “Dissonance Theory” alterna momenti di allentamento della tensione e rare aperture melodiche, ma privilegia sempre e costantemente la pura, chirurgica violenza sonora, che trova il suo apice in brani spettacolari come “Consequence”, “Sacrificial Lamb”, “Symmetry”, “Trinity” e “Renewal”.
Un balsamo per orecchie sanguinanti! Un disco importante, potente e coerente: dai redivivi Coroner non si poteva chiedere di più.
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