Puglia

“Contro il parassitismo del simbolo” – BarlettaLive.it

“In una società democratica, la vera sfida non risiede nell’annullamento di ogni differenza, ma nella netta distinzione tra il privilegio illegittimo e il merito autentico. Laddove reti di interesse e favoritismi minano l’uguaglianza dei punti di partenza, il diritto ha il compito di riaffermare un sistema in cui la dignità umana resti intoccabile e il lavoro torni a essere l’unica, vera fonte di legittimazione sociale. Questo breve contributo analizza la necessità di ricostruire un equilibrio etico e giuridico in cui il valore del singolo e il rispetto dei diritti fondamentali prevalgano finalmente sulle logiche di appartenenza.”

Esiste una forma di corruzione, meno visibile di quella monetaria ma altrettanto devastante: è la pretesa di vivere di rendita sui meriti altrui. Si manifesta quando il prestigio di un’eccellenza assoluta viene sequestrato da una cerchia di figuranti che, non avendo mai conosciuto il rigore della prestazione, utilizzano i simboli del passato come uno scudo per nascondere la propria pochezza attuale.

1. L’equivoco tra passione e competenza

Il primo segnale di declino è il “furto di significato” della parola Atleta. L’atleta autentico è colui che dedica l’esistenza al superamento dei limiti; l’amatore è chi pratica lo sport per benessere personale. Sono mondi diversi e nobili, ma oggi assistiamo al tentativo di trattare lo sport d’élite come una proprietà privata da gestire tra “amici”. Si agisce come se la rappresentanza istituzionale fosse un bene da trasmettere per vicinanza personale, anziché per capacità oggettive. Questa mentalità trasforma il prestigio collettivo in una questione di “clan”, dove la poltrona non si guadagna con il merito, ma si ottiene per cooptazione.

2. Il sistema delle “poltrone docili”

Perché i vertici preferiscono spesso affidare incarichi a figure provenienti dal mondo amatoriale piuttosto che a veri professionisti o ex campioni? La risposta è nella ricerca della docilità. Chi non possiede un pedigree sportivo d’alto livello è un dirigente più “malleabile”. Senza l’indipendenza che deriva dal grande risultato, queste figure dipendono totalmente dal favore politico per mantenere il proprio ruolo. Si crea così una casta di coordinatori che gestiscono l’ordinario per non disturbare i manovratori, trasformando le federazioni in club privati chiusi al merito esterno.

3. Il parassitismo del ricordo

Il fenomeno più grave è l’uso strumentale della memoria. C’è chi ha trasformato il ricordo dei grandi campioni del passato in una rendita di posizione. Non avendo titoli sportivi propri, queste persone utilizzano i nomi illustri per legittimare la propria presenza sui palchi e sui giornali. È un’ipocrisia profonda: si loda il campione per darsi importanza, ma si ignorano i valori di onestà e rigore che quel campione incarnava. Si usa la storia per controllare il presente e occupare spazi di visibilità che spettano a chi ha competenza, non a chi ha solo “presenzialismo”.

4. La verità non accetta scorciatoie

Onorare una storia di eccellenza significa applicarne il rigore, non usarne il nome come scorciatoia per la carriera. Chi oggi “salta sul carro del vincitore” senza aver mai fatto parte del sacrificio che ha portato a quei traguardi, non è un custode del passato, ma un usurpatore del futuro. Lo sport, proprio come la gestione pubblica, è verità. Questa verità ci insegna che o si possiede il merito, o si sta occupando abusivamente uno spazio. Difendere tale principio significa voler bene alle nostre istituzioni e non accettare che la loro immagine venga gestita con logiche estranee alla grandezza della nostra storia.

Le istituzioni hanno oggi l’esigenza di tornare a respirare un’aria di autonomia e di competenza tecnica, sottraendosi a quelle logiche di “familismo amorale” o di spartizione che tendono a cristallizzare il potere in feudi inaccessibili. Il vero rispetto per il passato si manifesta, dunque, attraverso la trasparenza delle nomine e la capacità di attrarre profili indipendenti, dotati dello spirito critico necessario per elevare costantemente gli standard qualitativi. In ultima analisi, la legittimazione deve derivare esclusivamente dalla qualità dell’operato, dal talento e dallo studio.

Avv. Vincenzo Mennea

domenica 11 Gennaio 2026


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