Confindustria Marche, via alla fusione. «Ora in 3, gli altri si uniranno». Patto tra Ancona, Fermo e Macerata, il dg nazionale Tarquini: «Fate massa critica»
ANCONA La posa della prima pietra (metaforica). All’hotel Seebay di Portonovo ha preso ufficialmente il via il percorso di aggregazione tra le Confindustrie di Ancona, Fermo e Macerata, con la firma dei rispettivi presidenti. Come anticipato dal Corriere Adriatico, a tenere a battesimo un evento che nelle Marche dei mille campanili è qualcosa di storico, c’è il direttore generale di Confindustria nazionale Maurizio Tarquini.

Guardando dall’esterno la regione al plurale si dice «ottimista e fiducioso» sulla fusione proiettata alla Confindustria unica: «Ho visto tanta determinazione da parte dei presidenti e dei consigli generali. È un primo passo, ma sono convinto che se questa operazione viene fatta rispettando fino in fondo le peculiarità dei territori, anche gli altri si uniranno». Il riferimento è alle territoriali di Pesaro e Ascoli, che per il momento hanno scelto di restare fuori dalla partita. «Viviamo in un mondo in cui piccolo è meno bello di prima – la parafrasi di Tarquini – Bisogna fare massa critica: per chi governa le Marche (ma anche per noi di Confindustria nazionale) avere un interlocutore unico che rappresenti tutti rende più facile raccogliere le istanze e dare risposte».
L’accordo
E allora via alla firma del protocollo di aggregazione, arrivata alla fine del Consiglio generale congiunto delle tre territoriali: il percorso, che coinvolge 1.200 imprese, pari a oltre il 60% delle aziende e degli addetti del sistema Confindustria Marche (un occupato su otto), prevede il completamento dell’integrazione entro il 2028. «Come giunta – osserva l’assessore allo Sviluppo economico Giacomo Bugaro – guardiamo con interesse alla fusione. Siamo una regione piccola in un momento complesso: avere interlocutori che si concentrano è auspicabile». Asse portante del progetto di fusione sarà il rafforzamento delle filiere industriali: le sfide sono diventate più complesse e la dimensione operativa è ormai un fattore determinante per competere. Si lavora dunque ad una prospettiva più ampia, «pur mantenendo un solido presidio territoriale», ci tiene a precisare la triade delle Confindustrie. Perché è proprio questo l’elemento di criticità che sta dietro al no di Ascoli e al ni di Pesaro, come conferma il presidente di Confindustria Macerata Marco Ragni: «Le resistenze sono legate al timore che le strutture territoriali possano essere smantellate, provocando un distacco dell’associazione dai suoi associati. In realtà, il progetto parla proprio dell’opposto: vogliamo rafforzare la vicinanza e, con l’efficientamento dei costi, fornire servizi agli associati in maniera ancora più capillare».
Il traguardo
Il presidente di Confindustria Ancona Diego Mingarelli, che più di tutti ha spinto per la fusione, guarda al traguardo finale e ci crede: «Lavoriamo a delle progettualità condivise che apriremo anche alle altre due territoriali. Abbiamo varato un percorso diverso rispetto a quello del passato: è un progetto condiviso che già guarda alla possibilità di allargarsi oltre i nostri tre territori. L’obiettivo è creare una Confindustria forte a livello regionale, ma anche vicina agli imprenditori con sedi che stanno sui territori. E siamo ottimisti: nel cambiamento tutti hanno i loro tempi di riflessione e di maturazione». Anche a Fermo, dove la grande maggioranza degli associati ha votato a favore della fusione, ma i calzaturieri si sono schierati contro. Il presidente Fabrizio Luciani punta però sul bicchiere mezzo pieno: «Consiglio di presidenza e Consiglio generale delle tre territoriali hanno votato quasi all’unanimità questo progetto. Ora un passaggio in assemblea e poi si costruirà finalmente un percorso da riempire di contenuti con l’elaborazione di uno Statuto e la costituzione degli organismi. Il tutto entro il 2028». Pronti, partenza, via.



