Confindustria Ancona con Fermo e Macerata, il no di Pesaro e Ascoli. Ecco il documento per fondere tre territoriali su cinque
ANCONA Tentar non nuoce. Un passato costellato di fallimenti non scoraggia Confindustria made in Marche dal provare – ancora una volta – a percorrere l’accidentata e tortuosa strada della fusione tra le associazioni territoriali. A quasi 10 anni dal primo progetto (datato 2016) di una maxi aggregazione a perimetro regionale, ecco che ne spunta un altro: una versione rivista, corretta e mignon elaborata dalle territoriali di Ancona, Macerata e Fermo a cui si è arrivati dopo una lunga serie di incontri tra le parti. Stavolta, già ai box di partenza manca la compattezza: a lanciarsi in questa nuova sfida sono infatti tre Confindustrie su cinque. Se Ascoli ha sbattuto la porta in faccia al progetto fin dal primo accenno di richiesta, Pesaro invece era sembrata ben disposta, almeno all’inizio.

I passaggi
L’ex presidente Alessandra Baronciani – il suo mandato è scaduto a inizio novembre – non aveva detto no, ma un più laconico e possibilista «vediamo». Il passaggio di testimone con Massimo Cecchini ha invece sbarrato la strada all’ipotesi di una fusione almeno a quattro: secondo i rumors confindustriali, il nuovo numero uno di Pesaro non avrebbe condiviso la visione – né l’impostazione – del progetto modellato principalmente dalla territoriale dorica. Ma pur azzoppato e senza le ali a Nord e a Sud, il piano di fusione sta partendo. «L’obiettivo condiviso è la creazione di un nuovo soggetto unitario che operi nei territori di riferimento delle tre associazioni, aumentando il peso della rappresentanza a livello regionale e nazionale», si legge nell’Accordo di aggregazione. La sede legale sarà ad Ancona, ma Fermo e Macerata manterranno le rispettive sedi operative «con struttura organizzativa e adeguate risorse».
Cosa prevede
La tabella di marcia per portare a casa l’obiettivo è spalmata su due anni: entro dicembre il protocollo di aggregazione dovrà essere approvato dai Consigli generali e, a seguire, dalle Assemblee straordinarie delle tre territoriali. Nel 2026, l’avvio vero e proprio del percorso aggregativo con la costituzione di un gruppo di coordinamento composto da presidenti, direttori e delegati. Gruppo che, entro febbraio, dovrà elaborare il piano operativo, con fasi e tempistiche di integrazione. Un iter che, secondo l’accordo, si completerà nel 2027: a quel punto, le assemblee straordinarie delle territoriali di Ancona, Macerata e Fermo dovranno approvare, con maggioranze qualificate, l’integrazione definitiva e l’avvio del nuovo soggetto, lo Statuto della nuova associazione ed i vari regolamenti. «La composizione degli organi di governance e rappresentanza dell’associazione unica – prosegue il documento – è determinata secondo un criterio misto, che combina una componente paritetica e una componente proporzionale, al fine di garantire l’equilibrata rappresentanza delle diverse associazioni aderenti, e il riconoscimento del diverso livello di contribuzione di ciascuna associazione».
Ancona capofila
Avanti si vada, insomma. Un piano articolato che ha visto il presidente di Confindustria Ancona Diego Mingarelli spingere sull’acceleratore per accorciare i tempi di realizzazione, anche su indicazione dell’associazione nazionale che da tempo immemore chiede alle cinque territoriali di fondersi per dare una sforbiciata ai costi delle singole strutture. Era il lontano 2016 quando, da viale dell’Astronomia, arrivò perentorio questo monito. E per un momento, le associazioni marchigiane sembrarono anche in grado di fare il salto di qualità: giugno 2017 vide la nascita la Confindustria Marche Nord (Ancona e Pesaro) pur con il gran rifiuto di Macerata; luglio tenne a battesimo Confindustria Centro Adriatico (Fermo e Ascoli Piceno). Il percorso per raggiungere un’unità regionale – e maggior massa critica a livello nazionale – sembrava ormai in discesa. Ma nelle Marche dei mille campanili, mai dare nulla per scontato. Marche Nord implode definitivamente a inizio 2021, inciampando sulla successione tra Ancona e Pesaro alla presidenza; alla fine dello stesso anno uguale epilogo tocca anche a Centro Adriatico, con tanto di epurazioni interne alla territoriale di Fermo.
Prequel e svolgimento
Un bagno di sangue, insomma. E ci ritroviamo oggi con cinque associazioni provinciali separate – più Confindustria Marche a fare da collante di facciata – e zero peso a Roma. Per questo adesso si tenta di ricucire lo strappo. Ma è più facile a dirsi che a farsi nel litigioso mondo confindustriale marchigiano. Nei giorni scorsi, il progetto è stato illustrato alla frangia dei calzaturieri del Fermano e non è stato accolto con particolare entusiasmo (eufemismo del secolo).
La geografia
Nell’Anconetano c’è anche chi ci vede «un modo per Mingarelli di costruirsi una poltrona ad hoc per il 2027, quando scadrà il suo mandato alla presidenza della Confindustria dorica», il pronostico delle lingue taglienti. Il Maceratese ne parla come di una cosa astratta e lontana nel tempo: «L’iter è iniziato adesso e i passaggi sono tanti», il leitmotiv. Nell’Ascolano, Simone Mariani – che resta il numero uno degli industriali piceni de facto anche se non ne è più il presidente – non vedrebbe di buon occhio l’impostazione da «piccolo è bello» del progetto di aggregazione in corso. E lo stesso pensiero sarebbe condiviso anche da Cecchini a Pesaro: meglio soli che male accompagnati, il senso del suo ragionamento.
I cinque cantoni
Insomma, parlare di unità fa venire l’allergia alle Confindustrie nostrane, ma nonostante tutto, il meccanismo aggregativo è stato fatto (ri)partire, nella speranza che non si inceppi di nuovo. Ieri l’accordo è stato presentato al Consiglio generale della territoriale di Macerata e domani tocca a quello di Fermo. Al netto delle notti dei lunghi coltelli che si sono succedute nella storia confindustriale, alle Marche servirebbe davvero un unico interlocutore economico che possa far valere le istanze degli imprenditori che rappresenta sia con la Regione, sia sui tavoli nazionali. Ma i mille campanili sono difficili da abbattere: la levata di scudi degli ultimi anni ne è la plastica dimostrazione.




