Con Marco Odermatt, re dello sci, sulla pista più pericolosa del mondo: «Vietato pensare troppo»
Usciti dal cancelletto, si raggiungono i 60 km/h in meno di tre secondi. Poi il primo salto e un muro con una pendenza dell’85%: quando si guarda giù e parte il conto alla rovescia, che c’è nella testa di uno sciatore?
«Diciamo che in generale, quando fai sport, non ti è permesso pensare troppo o avere dubbi. Devi avere un piano in mente, restare focalizzato su quello e, di conseguenza, sulle cose che devi fare. Poi, ovviamente, è fondamentale lasciarsi andare».
Non c’è spazio per la paura, neanche sulla Streif?
«No, mai. Bisogna avere rispetto per la montagna, per la pista, per le velocità che raggiungiamo (fino a 145 km/h in discesa a Kitzbüel, ndr), per i salti che compongono il percorso. Siamo professionisti: sappiamo cosa può succedere, ma proprio per questo, come dicevo prima, restiamo focalizzati su ciò che dobbiamo fare. E la paura sparisce».
Sappiamo però che sua mamma, sugli spalti, è un po’ nervosa.
«Sì, è presente anche qui (sorride, ndr). Non so se mi guarderà scendere oppure ascolterà solo il commento dello speaker agli altoparlanti. Di sicuro, a ruoli invertiti, anch’io sarei nervoso. Ma da atleta sono tranquillo, mi alleno ogni giorno per affrontare discese come questa».
Ecco, appunto, stiamo sull’allenamento. Come si prepara alla gara?
«Le giornate di avvicinamento hanno un programma fitto, ogni passaggio è scandito al minuto. Dalla sveglia all’alba, il riscaldamento alle 7, alle 8 gli sci ai piedi per ispezionare la pista e le condizioni della neve. Poi nel pomeriggio si torna sulla pista per le prove ufficiali, cronometrate, di solito due».
Lì già si rende conto quanto potrà essere competitivo in gara?
«In realtà tendo a non spingere al massimo nelle prove, infatti difficilmente le chiudo in testa. Per me restano, anche quelle, un momento di studio: tendo quindi a non rischiare a tenermi tutta l’energia per i giorni di gara. Per me, durante tutta la preparazione, la parola d’ordine è efficienza».
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