Umbria

Comuni montani, in Umbria coi nuovi criteri se ne “salvano” 57. Chi entra e chi esce: la mappa


di Daniele Bovi

Dopo settimane di proteste che hanno portato a un vero e proprio stallo, nei giorni scorsi Governo, Regioni e Province hanno raggiunto l’intesa sui nuovi criteri di classificazione dei Comuni montani; passaggio essenziale previsto dalla nuova Legge sulla montagna.

Chi entra e chi esce Se con la proposta originaria del ministro Roberto Calderoli l’Umbria avrebbe perso ben 37 comuni montani – passando così da 69 a 32 (qui la mappa) – con la revisione dei criteri alla fine se ne “salvano” 57. Dentro rimangono tutta la fascia appenninica, l’Alto Tevere, la Valnerina e parte della Media valle del Tevere mentre la zona ovest della regione, sostanzialmente tagliata con la prima versione dei criteri, rientra solo parzialmente: fuori dalla lista rimangono infatti Corciano, Panicale, Magione, Fabro, Ficulle, Castel Viscardo, Fratta Todina, Monte Castello di Vibio, Todi, Montecastrilli, San Gemini, Lugnano in Teverina, Attigliano, Giove, Penna in Teverina, Otricoli e Calvi dell’Umbria. A diventare coi nuovi criteri Comuni montani sono invece Trevi, Spoleto, Baschi, Montecchio e Guardea.

Cosa cambia In tutta Italia con la prima proposta i Comuni montani sarebbero passati da 4.200 a 2.844, mentre ora si parla di 3.715. Cosa è cambiato? Attraverso le trattative portate avanti nel corso delle settimane si è cercato di aggiungere elementi più “flessibili”: per esempio limiti di altitudine media più bassi e l’inclusione di comuni confinanti o in contesti geografici particolari. Nel testo concordato è stata accettata poi la possibilità di mantenere alcune deroghe regionali e l’adattamento delle liste precedenti come riferimento per l’assegnazione di fondi e servizi, oltre a un impegno delle Regioni a finanziare i Comuni del vecchio elenco secondo la classificazione precedente. Comuni e Province in sede di Conferenza unificata hanno dato parere unanime, mentre le Regioni hanno detto sì a maggioranza.

La legge Il punto di riferimento normativo è la nuova legge 131, approvata a settembre e dedicata allo sviluppo e alla valorizzazione delle zone montane. La legge, però, rinvia a successivi decreti attuativi per la definizione degli aspetti operativi e, tra questi, anche dei criteri di classificazione dei Comuni montani, sui quali si inseriscono le proposte avanzate nei mesi passati dal ministro Calderoli. Una questione che va ben oltre la tassonomia: in ballo ci sono fondi, agevolazioni e politiche ad hoc per le zone montane, già in sofferenza tra carenza di servizi e spopolamento. 

Presciutti L’intesa non soddisfa in pieno Autonomie locali italiane che, attraverso il vicepresidente Massimiliano Presciutti (sindaco di Gualdo Tadino e presidente della Provincia di Perugia), sottolinea come le correzioni «non sono un atto di generosità del Governo, ma il risultato diretto della forte e diffusa contestazione sollevata dai Comuni e dalle loro rappresentanze contro la prima bozza». Presciutti sostiene che erano state fatte esclusioni arbitrarie e che, con le correzioni, «alcuni degli effetti più distorsivi» sono stati eliminati; questo però non basta dato che «restano criticità rilevanti e disparità inaccettabili, a partire dai criteri adottati e dai meccanismi di finanziamento, che continuano a essere incerti, frammentati e insufficienti a garantire una vera politica nazionale per la montagna e le aree interne». Il lavoro di Ali andrà avanti insieme a Comuni e Regioni per presentare ulteriori modifiche: «La montagna italiana – conclude Presciutti – non può essere trattata come una variabile contabile. Le comunità che la abitano chiedono certezze, risorse stabili e politiche coerenti».

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