Ambiente

Come l’IA sta rivoluzionando la formazione e le competenze professionali

Qualche settimana fa un giovane collega mi ha chiesto quale fosse la deadline per un lavoro. Mi ha proposto due giorni. Gli ho risposto che non lo avrei accettato prima di una settimana. “Perché?” mi ha chiesto? “Per colpa dell’IA”, gli ho risposto. Non perché la tecnologia sia un problema in sé, ma perché rischia di comprimere il tempo necessario ad imparare.

Secondo l’ad di Microsoft IA, Mustafa Suleyman, in meno di 18 mesi il mondo arriverà all’automazione completa delle mansioni impiegatizie. Vedremo cosa accadrà nel mercato del lavoro, nei processi e nelle organizzazioni, ma che qualcosa sia cambiato nella formazione ed in particolare nella formazione dei professionisti è già oggi una certezza. Prima dell’IA si andava più lenti e a volte un lavoro veniva montato e smontato innumerevoli volte, tutto a mano, dal colore delle slide fino al controllo dei refusi, che richiedeva ore. Era un metodo per interiorizzare criteri di qualità e pensiero critico, per imparare a riconoscere un ragionamento fragile: in sintesi, per la crescita professionale. Era la nostra gavetta. Che ora non c’è più, almeno in quella forma.

Non si tratta di nostalgia, ma di capire quale sarà la formazione dei professionisti di domani. Una questione che riguarda posizioni manageriali, specialisti e tecnici. Perché se entro il 2030 andranno progressivamente a sparire 92 milioni di posizioni impiegatizie (ma non solo, perché saranno coinvolti anche HR, legal, media e altro), 170 milioni di posti di lavoro verranno creati in nuovi ambiti – specialisti in Big Data e IA, ingegneri Fintech, esperti di sostenibilità e transizione ecologica – con un saldo positivo di 78 milioni di nuove posizioni (dati del World Economic Forum).

Le competenze umane che non sono replicabili dall’IA

Da una prospettiva diversa, l’Università di Oxford sostiene qualcosa di simile: se entro il 2035 quasi la metà dei lavori tradizionali potrebbe essere sostituita dall’IA, competenze umane come empatia, creatività e pensiero strategico rimarranno essenziali e difficilmente replicabili dalle macchine. Vedremo se i numeri saranno confermati, ma oggi l’IA può fare molte cose; non ha però pensiero strategico, non ha visione, fantasia, giudizio, cultura, etica, non connette i puntini, non pensa “outside the box”. Per cui, ora che l’IA ha eliminato la necessità della gavetta, come si formano i senior di domani?

Ovviamente la creazione delle competenze è un tema centrale e molto discusso. Se gli studenti usano l’IA a pieno ritmo – e la usano – le facoltà universitarie non possono fare finta di niente. Devono aggiornare e rivedere i loro percorsi di studio. È risaputo, inoltre, che aziende e lavoratori devono investire in reskilling e upskilling, in un lifelong learning che sostenga i percorsi di crescita e lo sviluppo di competenze trasversali. E questo deve avvenire privilegiando interdisciplinarietà e pensiero laterale. Potrei azzardare una previsione ma ipotizzo che le facoltà di Filosofia ritornino molto rilevanti nei percorsi di selezione delle aziende.


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