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Come l’AI sta rivoluzionando il recruiting: più relazioni, meno stress

C’è un dato che forse e più di altri racconta lo stato attuale del mercato del lavoro italiano: circa 10 milioni di persone (il 40% circa della popolazione attiva) sono oggi alla ricerca di un impiego o prevedono di cambiare lavoro nei prossimi tre anni. È una fotografia dai contorni nitidi quella scattata dalla ricerca Cambiare lavoro in Italia: esperienze e attese, realizzata da Research Dogma per conto di nCore HR, realtà tutta italiana che applica soluzioni di intelligenza artificiale al mondo del recruiting dal 2019. Lo studio restituisce quindi l’immagine di un sistema dinamico e in movimento continuo, in cui a cambiare (in qualche modo a sorpresa) è anche il profilo anagrafico di chi si muove: a guidare il turnover è infatti la fascia tra i 45 e i 65 anni, che rappresenta il 54% del totale. Un dato coerente con l’invecchiamento della forza lavoro e con la crescita occupazionale degli over 50 già registrata negli ultimi anni. Le motivazioni dietro la volontà dichiarata di trovare un altro impiego restano in parte tradizionali ma con sfumature nuove: per un 43% di lavoratori che cerca un miglioramento economico o maggiore sicurezza, una quota significativa punta anche a soddisfazione personale (succede nel 32% dei casi) e opportunità di crescita (25%)

Il processo di selezione dei candidati, a sua volta, mostra luci e ombre. Se da un lato il 43% di chi ha cercato lavoro negli ultimi tre anni è stato assunto, dall’altro permane un livello di insoddisfazione legato soprattutto ai tempi di risposta e alla qualità dell’interazione con i recruiter. Solo una minoranza si dichiara pienamente soddisfatta del colloquio, evidenziando un’esperienza spesso percepita come poco efficace. In questo contesto, emerge inoltre con chiarezza un’apertura tutt’altro che marginale verso l’intelligenza artificiale: quasi un candidato su due guarda con favore al suo utilizzo nei processi di selezione, confidando in maggiore velocità, trasparenza e oggettività. Il modello preferito resta in ogni caso ibrido, dove tecnologia e relazione umana convivono rispetto a un equilibrio da costruire e consolidare.

Il nodo della sostenibilità del processo

Ed è proprio su questo equilibrio ancora da modellare che si innesta il cambiamento in atto nell’attività di ricerca e selezione. Secondo Enrico Ariotti, founder e Ceo di nCore HR, l’intelligenza artificiale rappresenta una risposta concreta a un modello che ha raggiunto un livello di complessità difficilmente sostenibile. «Negli ultimi anni – ha spiegato l’imprenditore al Sole 24 Ore – il recruiting è diventato un processo ad altissimo volume, in cui selezionatori e manager sono in molti casi schiacciati da carichi di lavoro eccessivi, dall’accelerazione delle aspettative e dalla moltiplicazione dei canali. In questo contesto, l’AI non è una scorciatoia, ma un’infrastruttura che permette di rimettere ordine nel processo: il problema non è quanto velocemente riusciamo a selezionare, ma quante persone perdiamo lungo il percorso di recruiting». Il tema centrale non è quindi la velocità, ma la qualità e la sostenibilità della selezione, per evitare quella “dispersione” che genera inefficienza per le aziende e per i candidati, all’insegna di candidature che si interrompono, talenti che abbandonano e procedure che si allungano.

L’intelligenza artificiale interviene proprio in questa fase critica, automatizzando le attività ripetitive e riducendo i tempi morti, rendendo più lineare l’intero flusso e restituendo tempo alle funzioni a maggiore valore. «Sempre più aziende – ha osservato in proposito Ariotti – non la adottano per fare di più, ma per fare meglio: meno attività operative, più spazio per l’ascolto e decisioni più consapevoli». Non è un passaggio banale, perché tale cambiamento di prospettiva e di approccio interessa l’aspetto culturale e la natura del lavoro dell’area HR. In parole concrete, se in passato il focus era sulla gestione dei curricula, oggi il recruiting si sta spostando (almeno nelle intenzioni) sulla comprensione delle persone, smettendo di essere una sequenza di passaggi tecnici. La sintesi di questa visione è perfettamente riassunta nel concetto che segue: «Bisogna passare dalla selezione alla relazione», sintetizza infatti il Ceo di nCore, indicando una trasformazione che non riguarda non solo gli strumenti tecnologici ma il paradigma stesso del processo.

Il fattore umano resta decisivo (ma cambia ruolo)

L’evoluzione tecnologica che segnerà profondamente il mondo del lavoro e le attività di selezione in modo specifico non elimina tuttavia il ruolo delle persone, ma lo ridefinisce. Anche alla luce del quadro regolatorio europeo, che limita l’autonomia delle macchine e assegna la responsabilità finale della decisione sempre alla persona. «L’AI interviene soprattutto nelle fasi iniziali del processo di recruiting rendendo più efficiente la gestione dei dati e delle candidature, ma non può avere facoltà di assumere», conferma in tal senso Ariotti, rimarcando come il compito della scelta e la componente cognitiva e decisionale resti saldamente in capo all’essere umano, «ed è questo il modello che vedremo consolidarsi nei prossimi anni».


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