Come la filosofia di Aristotele illumina il ruolo del manager moderno

È chiamato ad avere visione, a guardare l’insieme (come un architetto) ma anche a guardare lontano, stabilire il fine, individuare il senso del lavoro e dare la direzione al suo team. Compito non troppo diverso da quello di un filosofo, chi l’avrebbe mai detto…
Il ruolo di “ordinatore”, che l’autrice assegna al manager, è una caratteristica tipica che deriva dal modo di ragionare greco, e aristotelico in particolare: dare ordine all’intero (nel nostro caso, all’azienda), perché questo possa funzionare al meglio, possa essere bello e buono (nel senso di “sano”).
Da Aristotele, inoltre, proviene una indicazione sul successo, a cui tutti i manager in qualche modo devono tendere: questo non si dà mai “gratis”, ma implica impegno, applicazione costante, assiduità e disciplina. Un successo basato sull’impegno, però, darà senso di realizzazione a sé e alla comunità (l’impresa) di cui si fa parte e per cui si lavora. Saranno necessarie la giusta tecnica, la virtù e la saggezza (termine centrale e molto significativo nella cultura filosofica greca): il manager è come un abile direttore d’orchestra che dirige un preciso spartito, è in grado di distribuire e assegnare correttamente i ruoli e i compiti, traendo un’unità sinfonica da tutti i vari elementi. La sua “saggezza” gli consentirà di prendere le decisioni corrette e di compiere le scelte che avranno un esito conforme all’obiettivo che si era prefisso; la sua esperienza riuscirà a mettere insieme la visione con la strategia, pur sapendo che anche la “sorte” può intralciare in un qualche modo i propri obiettivi e che, quindi, bisognerà calcolare bene tutti i rischi.
L’autrice giustamente, precisa che non è così semplice ridurre all’uno alla maniera greca il molteplice delle situazioni – a volte anche contraddittorie – che sono implicate nella vita e nelle attività di una azienda. Anche qui, però, il manager è colui che sa discernere, distinguere, separare i vari aspetti per giungere alla conclusione migliore: usa la saggezza per centrare i bersagli giusti e prendere la decisione più adeguata, sempre, però, tenendo presente il contesto e il bene della comunità (l’azienda), rappresentata anche dai soggetti che ne fanno parte (colleghi, dipendenti e collaboratori, diremmo noi oggi).
Un manager sarà fortunato, quindi, nella misura in cui ha successo, non il contrario: per Aristotele, infatti, fortunato «è chi ha raggiunto l’obiettivo ultimo del proprio esistere, chi, agendo rettamente e sapientemente, ha costruito il fondamento della propria felicità e del proprio successo», scrive l’autrice. Ma, ancora di più, il manager dovrà “dare senso” al lavoro del proprio team, perché non è tanto la fatica che rende infelici, quanto la mancanza di significato di quello che si fa, la mancanza di una direzione e di un obiettivo, una visione annebbiata e oscurata sul futuro.
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