Colin Kaepernick, intervista al giocatore di football che diede il via al Black Lives Matter
È l’uomo che ha messo in ginocchio l’America. E anche lo sport. Il quarterback che ha lanciato la palla nel mondo, quello del passaggio vincente. Il ribelle con una causa. The Game Changer. Perché lui ha cambiato il gioco, non solo la partita. E nel 2016 ha fatto un gesto. Uno solo. Come Rosa Parks nel ’55, come Muhammad Ali nel ’67, come Tommie Smith nel ’68. Non si è alzato davanti all’inno americano. La sua spiegazione: “Non posso onorare una bandiera che rappresenta un Paese che opprime i neri con una brutalità organizzata”. L’America veniva da un’estate ingiusta e violenta. Poi più nessuna dichiarazione, solo fatti: in particolare, vari milioni di dollari donati ad associazioni per assistere la comunità afroamericana. Colin Kaepernick è un gigante gentile. L’opposto di quello che ti aspetti da qualcuno abituato a rischiare di essere fatto a pezzi ogni (maledetta) domenica. È alto 1,96, voce bassa, modi miti e chioma pazzesca. È la prima cosa che sorprende: ti aspetti il contestatore polemico, ti arriva il ragazzone di 38 anni dai toni delicati, il papà che vuole essere il genitore perfetto per la sua bambina. Si capisce anche perché: sua mamma Heidi, 19enne, lo diede in adozione sei settimane dopo averlo partorito. Il 28enne afroamericano con cui l’aveva avuto era sparito e lei non sapeva cosa fare, quando si presentò una coppia disposta ad adottare il suo bambino. Si chiamavano Kaepernick, Rick e Teresa, erano bianchi come lei e appassionati di sport, avevano già due figli biologici e due altri ne avevano persi alla nascita per insufficienza cardiaca congenita.
Ci sono tre Colin: il giocatore di football dei San Francisco 49ers, una delle squadre più titolate d’America, l’attivista che si rende conto che non può più voltarsi dall’altra parte, l’uomo che si mette a disposizione della sua gente. Perché Black Lives Matter. Le vite dei neri contano. Bam. Bam. Bam. 39 afroamericani disarmati uccisi nel 2016 dalla polizia negli Stati Uniti. Il Kaepernick giocatore smette di alzarsi in piedi nel momento dell’inno. Resta seduto in panchina. Per tutte le altre partite della stagione sceglie di inginocchiarsi. Il suo gesto fa il giro del mondo, contagia altri atleti, altri sport, altri Paesi. Il presidente americano Donald Trump chiede di licenziare Kaepernick e soci. Colin ha un contratto da 126 milioni di dollari. Tre mesi dopo non ha più niente. Giocatore non indispensabile, nessun rinnovo, nemmeno come riserva, 32 squadre non hanno un posto per lui. Ormai è un appestato, ha superato un limite invalicabile: com’è possibile non essere orgogliosi di essere americani? Nel 2019 firma un accordo extragiudiziale con obbligo di riservatezza con la Nfl (Nationl Football League) che lui ha portato in tribunale lamentando una disparità di trattamento dovuta alle sue scelte da attivista. Vince la causa, ma non toccherà più palla. Per una certa America resta il pericolo pubblico numero uno. Quando si presenta in pubblico con un cappello con Malcom X e una maglietta con il leader nero e Fidel Castro, sui social media lo photoshoppano come Osama Bin Laden per demonizzarlo. Nel 2020, l’anno di I can’t breath e dell’uccisione di George Floyd a Minneapolis fonda l’organizzazione Know Your Rights (conosci i tuoi diritti). Scrive un libro, gira un documentario sulla sua adolescenza, nel 2017 vince il premio Muhammad Ali, finisce sui manifesti per una campagna pubblicitaria, ma sparisce dalla scena. Subisce minacce, non rilascia più interviste, diventa invisibile. Eppure tutti parlano di lui. Li ha costretti a inginocchiarsi. A prendere coscienza. Bianchi e neri. Noi di U lo abbiamo incontrato a Milano con la promessa di non personalizzare e radicalizzare lo scontro con Trump. Perché Kaepernick continua a giocare. Ma a modo suo.
A 29 anni la sua carriera è stata interrotta per un gesto. Ha rimpianti?
“Il football e la competizione mi mancano, sarei un pazzo a dire di no, anche perché sono sempre stato un appassionato di sport. Ma c’è un momento in cui gioco ancora, di notte quando sogno. Anche se non capita spesso perché sono sempre troppo stanco e mi addormento subito. Dovessi tornare indietro rifarei quel gesto ogni giorno della settimana. Ma ci sono altri casi in cui credo agirei in modo diverso, quando ripensiamo alle nostre azioni tutti vorremmo aver avuto soluzioni migliori. Non ho rimorsi anche perché ho potuto scoprire molto su me stesso, sui miei cari e sulle persone che mi vogliono davvero bene. Da quel gesto sono nate relazioni importanti, ora ho una bellissima figlia e se mi manca giocare provo molta gratitudine per le altre cose che si sono realizzate. Nonostante abbia perso più di 150 milioni di dollari”.
Lei ha diviso l’America, ma ha avuto e ha anche molti sostenitori.
“Da Jay-Z all’associazione dei veterani di guerra, da Snoop Dogg alla tennista Serena Williams, da Rihanna e Cardi B al pilota Lewis Hamilton, nel basket da Steph Curry, Kevin Durant, LeBron James a Steve Kerr, coach dei Golden State Warriors che dopo aver vinto il titolo Nba ha rifiutato l’invito alla Casa Bianca. Anche Bad Bunny che si è esibito all’ultimo Super Bowl, primo artista latino a vincere il premio di miglior album, in lingua spagnola, ai Grammy Awards, mi è stato vicino. Ha fatto un lavoro incredibile nella comunità, non solo a Porto Rico, ma anche negli Usa. Posso dirlo con certezza perché ci ha aiutati, è fenomenale, sono molto felice per lui”.
Quando ha capito di essere diventato un simbolo?
“Non c’è un momento preciso che mi viene in mente, forse quando mi sono reso conto che la mia responsabilità era cresciuta, che non rappresentavo più solo me stesso, ma le tante persone che volevano unirsi alle mie cause. E quindi ero ansioso di farlo in modo appropriato. Quando cerchi di realizzare cose che speri avranno un impatto significativo, avverti le aspettative del mondo e sai che dovrai sacrificare qualcosa di tuo, non puoi più prendere decisioni solo da un punto di vista personale, anche se ti sembrano giuste. Io ho sempre giocato per la squadra, ma se non posso più comportarmi normalmente, né fare quello che voglio, devo usare un’altra lente e allargare lo sguardo”.
Lei e sua moglie Nessa Diab avete una bimba di tre anni a mezzo.
“Voglio essere un padre molto presente, la sveglio e le preparo la colazione. Abbiamo stabilito delle regole, di mattina e a pranzo dobbiamo leggerle tre libri. Lo facciamo da quando aveva circa sei mesi, ma niente fiabe prima che vada a dormire, lei preferisce giocare, adora la luce, corre avanti e indietro lungo il corridoio e vuole che la lanci sul letto. Sono un padre apprensivo, ho molta fiducia in lei, ma mi chiedo se sarò capace di prepararla al futuro e se sto facendo le cose che la aiuteranno ad avere successo. Questa è per me la parte più difficile dell’essere genitore, cercare di capire in che mondo dovrà muoversi e fare del proprio meglio per darle strumenti”.
Ha scritto un libro per bambini: Siamo liberi, tu e io. Liberi da cosa?
“Da quello che la società impone, negli Usa molti si trovano ad affrontare situazioni difficili, invece i bambini devono essere liberi di pensare a come sarà il loro futuro. Hanno diritto alla fiducia, all’istruzione, ai sogni, e soprattutto alla pace. Mi piaceva dare loro qualche indicazione”.
Lei è stato un bambino diverso. Si è definito “una seconda scelta”.
“Ho la pelle scura, crescere in una famiglia di bianchi ha aperto confronti, anche se i miei volevano lasciarmi essere chi dovevo essere. Ami quella famiglia, ma sai che non ti assomiglia, mamma e papà capivano come muoversi nella cultura afroamericana con tutto ciò che ne conseguiva? No. Venivano dal Wisconsin e questa non era certo una priorità nella loro vita, ma hanno dovuto farlo, c’erano molti aspetti culturali della mia identità che erano nuovi per loro. Ogni estate, quando andavamo in vacanza e alloggiavamo in motel, c’era sempre un manager che con fare imbarazzato si avvicinava e mi chiedeva: mi scusi, c’è qualcosa in cui posso aiutarla? Ero l’elemento diverso perché non bianco. Un giorno, in piena adolescenza, ho detto a mia madre che volevo farmi le treccine come Allen Iverson, il mio giocatore di basket preferito, lei si è opposta: finirai per sembrare un piccolo teppista”.
Non gioca più, ma sembra ancora molto in forma.
“Lo sono. Vado in palestra tutti i giorni. Fino all’anno scorso mi alzavo alle tre e mezza, ora ho allungato di un’ora. Ho messo su un’azienda, ho famiglia e molti impegni. Da giocatore mi alzavo all’alba, ma non così presto, magari alle cinque e mezza, non avevo altre responsabilità. Non sono un tipo mondano, mettiamo a letto la bimba e anche noi andiamo a nanna tra le nove e le dieci, a meno che non abbia qualche obbligo fuori”.
È stato difficile reinventarsi?
“Ho sempre considerato il football come un amore e una passione, ma era solo una parte di me. E da laureato in economia e giocatore professionista ho subito capito che lo sport è un’azienda: hai a che fare con contratti, sponsor, situazioni complesse, ma il bello è che puoi acquisire competenze. In questo processo ho scoperto che ero attratto anche da altri settori. Così ho creato una società di media, una casa editrice e una fondazione. La mia azienda, Lumi Al, è nata nel 2024 per democratizzare la narrazione per ragazzi, collaboriamo con distretti scolastici dai 5 ai 18 anni e ora stiamo cercando di espanderci a livello internazionale. Ci occupiamo di Ai, lavoriamo con alcuni dei massimi esperti e restiamo concentrati su come migliorare il coinvolgimento degli studenti e l’alfabetizzazione. Non sta a me giudicarmi, ma credo di essere una persona che impara ed è in grado di trasformare la sua conoscenza in qualcosa di sostenibile”.
Sua madre biologica Heidi si è rifatta una vita, è infermiera, ha tre figli, ha cofondato un’organizzazione che si occupa di dare più potere alle madri naturali. Ha detto: “Non passa giorno, nemmeno per un secondo, che Colin non mi passi per la testa”. Lei non l’ha mai voluta incontrare.
“Ho una madre Teresa, anche lei infermiera. E sull’argomento mi fermo qui”.
Le piace la moda? Cosa l’attrae di un mondo così diverso dallo sport?
“La libertà di sperimentare. La moda è libera, non ha paura dei colori e delle diversità, ha idee nuove, prova altre soluzioni, non si ferma. E se ci cammini a fianco ti dà la possibilità, come a me è successo con Moncler, di instaurare relazioni incredibili. Mi piace la sua duttilità, ci vestiamo in maniera differente, dipende dall’occasione e dall’atmosfera. In rosa? E perché no? A Milano ho conosciuto lo sciatore norvegese-brasiliano Lucas Pinheiro Braathen, campione olimpico di gigante a Milano-Cortina, fan della moda, l’ho trovato un bel tipo”.
In tanti dicono che lei ha giocato nella chiesa sbagliata: il football americano è più conservatore del basket.
“Può essere, forse le cose sarebbero andate meglio se fossi stato in un’altra Lega. L’Nfl ha un modello di business dove i giocatori non hanno contratti garantiti, i proprietari ti possono sempre tagliare e scambiare. Il basket invece negli ultimi 15 anni è stato molto attivo, anche per i diritti degli afroamericani. È un’ambiente democratico, non di sinistra, ma nemmeno repubblicano. LeBron James ha fatto campagna per i Dem, e non è il solo, il punto è che bisogna distinguere. Non voglio fare un confronto tra cose diverse, ma la maggior parte dei giocatori della Nfl è di colore, così come nell’Nba. La struttura delle organizzazioni è simile, ma nel football c’è più controllo da parte dei proprietari”.
C’è qualcuno che l’ha influenzata, che ha contato più di altri?
“I miei genitori sono stati importanti per capire chi fossi e cosa dovevo imparare a essere. Più in generale Malcolm X mi ha cambiato la vita, dalla sua autobiografia ho tratto intuizioni e insegnamenti preziosi”.
La sua fondazione Conosci i tuoi diritti prende il titolo dalla canzone dei Clash che ne enumerava tre: non essere ammazzato, procurarsi i soldi per sfamarsi e la libertà di parola.
“Organizziamo corsi per giovani di colore con avvocati che spiegano loro come comportarsi quando vengono fermati e come interagire con gli agenti, offriamo letture sulla storia afroamericana. Abbiamo uno staff a tempo pieno, molti collaboratori e volontari. Facciamo cose diverse: dalla distribuzione di cibo, agli aiuti per l’affitto, dai dispositivi di protezione individuale alla difesa legale, dalle sovvenzioni a un pool che offre autopsie indipendenti, alla ricerca di una verità alternativa rispetto a quella ufficiale, in caso di morte in carcere o per violenze della polizia”.
Dieci anni fa era un giocatore, tra altri dieci dove si vede?
“A continuare il lavoro che sto facendo. Spero di migliorarlo, anche nei numeri, vorrei avesse un impatto maggiore sulla vita delle persone. Vorrei anche crescere come padre, sono curioso ed entusiasta di affrontare il viaggio nell’adolescenza di mia figlia”.
Qual è la sua speranza per l’America?
“Che sia all’altezza di tutto quello che dice di essere”.
PROFILO
Nato nel 1987, è un attivista ed ex giocatore di football americano. È noto per aver protestato contro il razzismo inginocchiandosi durante l’inno nazionale. Da quando, a marzo 2017, i San Francisco 49ers non gli hanno rinnovatoil contratto, non ha più trovato una squadra.
Hair: Paolo Soffiatti @Blend Management. Braider: Tatiana Christelle @Blend Management. Makeup: Manuel Ian Farro @Interlude Project using The Rich Cream by Augustinus Bader. Photo Assistants: Jackob Muller-Meernac, Matteo Tricerri, Angelo Iannone. Style Assistant: Tommaso Palamin. Production: 2DM Production.
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