Cultura

Classifiche e Playlist – In The Name Of Women


Cento canzoni per cento nomi di donne. Dietro ognuna di loro una storia, un mistero, un amore (spesso solo sognato o finito). Per celebrare l’8 marzo, abbiamo pensato di raccoglierle tutte in una mega-playlist “aperta” (nel senso che si potrà continuare a integrare anche grazie ai vostri suggerimenti). Queste cento ricette di donna, per dirla con la compianta Ornella Vanoni, sono solo uno specchio – a volte anche un po’ distorto dall’ottica maschile – di un universo femminile che nella musica è stato raccontato nelle modalità più varie e disparate.

Molte di queste cento donne sono figure ignote o misteriose: dall’oscura “Amelia” dei Cocteau Twins alla gotica “Dulcinea” dei Black Tape, dalla futurista “Venusia” dei Klaxons alla lugubre “Marian” dei Sisters Of Mercy, dall’enigmatica “Suzanne” di Leonard Cohen, che incrocia elementi onirici e biblici a pulsioni sensuali, fino all’affascinante Rio dei Duran Duran che danza sulla sabbia evocando vibrazioni brasileire. Altre volte si tratta di figure mitologiche o leggendarie (la Persephone dei Dead Can Dance, l’Ophelia di Natalie Merchant, la leggenda gallese di Rhiannon rispolverata dai Fleetwood Mac, la Venus dei Television, citata attraverso la celebre scultura greca della Venere di Milo, l’allegra Cecilia, personificazione della musica, cui si rivolgono Simon & Garfunkel), se non della storia – la Jackie evocata da Tori Amos, ad esempio, è nientedimeno che Jacqueline Kennedy (“Jackie’s Strength”) – o dello spettacolo, come nel caso di una giovane Carole King cui Neil Sedaka dedicò la sua “Oh! Carol”, della modella Edie Sedgwick cui è indirizzata la “Edie” dei Cult o della diva Bette Davis celebrata da Kim Carnes in “Bette Davis Eyes” (ma non di Rosanna Arquette, alla quale, contrariamente all’opinione comune, non è dedicata la “Rosanna” dei Toto, sebbene all’epoca fosse la compagna del tastierista Steve Porcaro).

Ma la maggior parte delle protagoniste di queste canzoni sono persone comuni – mogli, ex-fidanzate, amanti occasionali e fugaci – oppure figure puramente immaginarie, nate dalle fervide menti degli autori.
Alla categoria “mogli” possiamo certamente ascrivere quella che resta forse la più bella canzone scritta a una di loro: l’intima e struggente “Sara” di Bob Dylan, con il suo carico di ricordi e di rimpianti. In quella delle amanti, una delle più celebri è senz’altro la “Layla” di Eric Clapton, eroina dell’epica mediorientale dietro la quale si celava Pattie Boyd, al tempo moglie dell’amico George Harrison. Non è invece, come si crede comunemente, Angela “Bowie” Barnett a nascondersi dietro la “Angie” dei Rolling Stones (e nemmeno l’attrice Angie Dickinson). E a proposito di David Bowie: c’è piaciuto ripescare la sua ingenua “Letter To Hermione” (1969), indirizzata alla compagna dell’epoca con cui trascorse anche tre mesi di isolamento monastico con quattro lama tibetani in Scozia (!). “Maggie May” ci racconta invece la rocambolesca iniziazione sessuale di un giovane Rod Stewart.

In tanti casi si tratta di creature sognate e mitizzate: la Julia onirica di un giovane Roger Waters (“Julia Dream” dei Pink Floyd), la “Amanda” vagheggiata dagli impazienti Boston (“tomorrow may be too late”), la “Candy-O” con anello di rubino dei Cars, l’eroina della provincia inglese Eileen dei Dexy’s Midnight Runners, la sensuale “Valentine” di Bryan Ferry, la “Michelle” dei Beatles, condensato di charme francese da Nouvelle Vague, la “Maxine” di Donald Fagen con cui viaggiare tra Mexico City e Manhattan, la malinconica “Renee” dei Talk Talk, la romantica “Josephine” a cui il compianto Chris Rea indirizzava tutto il suo amore, la dolce “Alison” che fece giurare a Elvis Costello “my aim is true”. O persino di figure letterarie, come nel caso della “Charlotte Sometimes” dei Cure, ispirata dall’omonimo romanzo di Penelope Farmer.
In altri casi si tratta di personaggi un po’ più prosaici, come la prostituta parigina “Roxanne” iconizzata dai Police, la punk-rocker Sheena dei Ramones, la groupie Sharona, resa immortale dal riff di The Knack, la stalker Billie Jean, tratteggiata da un esasperato Michael Jackson, e la disinvolta Josie degli Steely Dan, divenuta “l’orgoglio del quartiere”.

Non sono solo uomini a rivolgersi a donne (vedi Patti Smith con “Gloria“, Suzanne Vega con “Marlene On The Wall”, Bjork con “Isobel”, Marissa Nadler con “Dead City Emily” etc.) e non manca anche un’ode transgender (la celebre “Lola” dei Kinks). L’unica regola che ci siamo posti – più che altro per limitare la selezione – è di scegliere un solo brano per ogni nome femminile. E non manca un piccolo capitolo italiano, in cui si spazia da alcuni classici del “genere” (l’epica “Margherita” di Riccardo Cocciante, la dolcissima “Agnese” di Ivan Graziani, la lacerante “Lilly” di Antonello Venditti) a chicche meno note, come “Anna di Francia” di Claudio Lolli e “Ho visto Nina volare” di Fabrizio De André, oltre a quella ode affettuosa che Francesco De Gregori dedicò alla sua musa Caterina Bueno (“Caterina”) e alla struggente lettera che Lucio Dalla indirizzò a una donna che doveva ancora nascere, di nome “Futura”.

Ma ora non resta che prendersi un po’ di tempo e ascoltarle tutte, queste cento canzoni “In The Name Of The Women”. Per rendere la Giornata internazionale della donna un po’ meno vuota e retorica di come in tanti la fanno apparire.

07/03/2026




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