“Cifra aggressiva e ideologica. È la fine della globalizzazione” – Il Tempo

«Al di là dei numeri è una cifra molto aggressiva e molto ideologica». È il commento dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti dopo cheTrump ha annunciato dazi al 25% sull’import di auto straniere in vigore dal 3 aprile e del 20% contro l’Ue. «Ci hanno derubato per anni, sono patetici», ha chiosato il presidente degli Stati Uniti d’America.
Sono stati annunciati i dazi da Trump. Perché se ne parla così tanto quando in realtà anche gli altri Presidenti americani li avevano imposti?
«Ero l’unico politico italiano invitato alla prima Presidenza Trump, ma quello era un mondo molto diverso».

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Oggi i dazi fanno più paura perché è cambiato il mondo in un certo lasso di tempo?
«La struttura della politica è radicalmente cambiata: è finito il dogma della globalizzazione. Adesso è la politica che 71+ va sopra lo Stato».
Non possiamo quindi paragonare i dazi che mise Trump allora con quelli di oggi.
«Esatto, perché erano strumenti tecnici e rispondevano solo a calcoli economici».
E oggi?
«Rispondono a un calcolo politico».
Cambia la funzione del dazio, non più solo uno strumento economico, ma un diverso modo di rapportarsi tra gli Stati.
«Sì, è lo strumento di proiezione e di difesa dell’America».

Lei è stato tra i i primi a criticare la globalizzazione.
«Nel 1994 a Marrakesh si stava stipulando il WTO, che interviene il 1° gennaio 1995. Nel 1994 ho scritto un libro in cui dicevo che i capitali sarebbero andati in Asia e che l’Occidente avrebbe importato povertà. Dicevo che la working class in America e in Europa avrebbe perso posti di lavoro o visto salari ridotti, livellati dalla competizione salariale internazionale. Questo effetto era già evidente quando nel 2006 hanno inventato i subprime, strumento per dare via finanza un sollievo rispetto a chi stavano perdendo il lavoro. Il subprime però salta ed è l’origine della crisi del 2008. C’è un altro libro attuale, quello di Vance, che parla della disperazione che si crea nella working class americana, nella fascia dell’America post-industriale, quando va via la manifattura. Una delle ragioni per cui i repubblicani hanno vinto è questa, e la ragione dei dazi in questi termini è un “vi risarcisco per il danno che avete subito”. Quindi rimpatrio le fabbriche e la manifattura».
Una scelta nazionalista.
«La scelta della deglobalizzazione: la globalizzazione ha fatto migrare e ha esportato le fabbriche e adesso il tentativo con i dazi è spostare le ragioni di convenienza in America. Una reazione ai vent’anni di globalizzazione sfrenato».
L’Unione Europea ha deciso di reagire ai Dazi americani, secondo lei è una scelta intelligente?
«Per ora è meglio non dire nulla. L’UE sulla materia del commercio internazionale ha una competenza esclusiva. Quello che l’Europa deve fare è un bilancio del dare e dell’avere con l’America contando non solo le partite commerciali ma anche quelle sulle merci ma anche quelle sui servizi e sulla finanza».

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Ha fiducia nella Commissione europea?
«In questo momento è necessario averla ma, se legge la gazzetta ufficiale, vede che continua imperterrita la regolamentazione da ultimo sulle radioline portatili, sui trita ghiaccio nelle gelaterie e così via. Se l’Europa la sfanga sui dazi, non sopravvive con il barocco dei rapporti sulla “competitività”, ma solo, soprattutto, con più libertà».
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