Veneto

ci sarà il referendum con la nuova formulazione

Il referendum sulla riforma della giustizia torna al centro del dibattito istituzionale e politico dopo l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione che ha accolto la riformulazione del quesito proposta dal Comitato dei quindici giuristi promotori della raccolta firme. Una decisione che, pur confermando l’ammissibilità della consultazione, apre un nuovo fronte di incertezza sulla data del voto, già fissata per il 22 e 23 marzo 2026, e che ora potrebbe subire uno slittamento.

Il provvedimento della Cassazione modifica infatti il testo del quesito referendario originariamente approvato con l’ordinanza del 18 novembre 2025. Nel dispositivo i magistrati dichiarano “venuto meno il quesito enunciato” nella precedente decisione e procedono a formulare un nuovo testo, disponendo contestualmente che l’ordinanza sia immediatamente comunicata al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle Camere, al Presidente del Consiglio dei ministri e al Presidente della Corte costituzionale. L’atto viene inoltre notificato ai promotori della richiesta sostenuta da 546.343 elettori e ai delegati parlamentari delle quattro richieste referendarie già ammesse.

La modifica riguarda in particolare il riferimento esplicito agli articoli della Costituzione oggetto della revisione. Il quesito originario chiedeva agli elettori se approvassero il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, senza indicare nel dettaglio le disposizioni costituzionali coinvolte. La nuova formulazione, invece, specifica puntualmente gli articoli oggetto della revisione — tra cui gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione — riportando integralmente il titolo della legge approvata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025.

La riformulazione del quesito, sebbene di natura formale, ha riaperto il confronto sulla tempistica della consultazione popolare. Secondo alcune interpretazioni, la modifica potrebbe rendere necessario un nuovo decreto di indizione del referendum. In tal caso ripartirebbe il conteggio dei cinquanta giorni di campagna referendaria previsti dalla normativa prima del voto, con la conseguenza di uno slittamento della data di almeno due settimane. A incidere sul calendario contribuirebbe anche il periodo pasquale, durante il quale tradizionalmente non si svolgono votazioni.

Il possibile rinvio viene osservato con attenzione anche sul piano politico. Alcuni esponenti ritengono che la riformulazione del quesito possa offrire più tempo al Comitato del No per organizzare la campagna e illustrare le proprie ragioni agli elettori. Altri, invece, sottolineano come si tratti di una correzione meramente tecnica, priva di effetti sostanziali sul calendario della consultazione. In ogni caso, la questione è ora all’esame delle principali istituzioni coinvolte nel procedimento referendario: dal Quirinale a Palazzo Chigi, fino alla Corte costituzionale.

Sul piano giuridico il dibattito è aperto. Si tratterebbe, secondo molti osservatori, di un caso senza precedenti nella storia dei referendum italiani: una modifica del testo del quesito con la campagna referendaria già avviata non si era mai verificata prima. Proprio per questo, le interpretazioni degli esperti risultano divergenti.

Per Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza di Roma ed ex parlamentare, la data del referendum non dovrebbe subire variazioni. A suo giudizio, la consultazione è già stata formalmente indetta con decreto e la modifica del quesito non comporterebbe la necessità di un nuovo atto. Si tratterebbe piuttosto di un aggiornamento formale del testo, senza effetti sulla tempistica. Ceccanti non esclude tuttavia che i promotori possano tentare di chiedere un rinvio ricorrendo alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione, ipotesi che ritiene comunque destinata a non essere accolta.

Di diverso avviso Michele Ainis, professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico all’Università Roma Tre. Secondo il giurista, la decisione della Cassazione di riformulare il quesito comporterebbe inevitabilmente uno slittamento della data del voto, poiché quest’ultima è incorporata nel decreto di indizione. Se il testo cambia, sostiene Ainis, il decreto dovrebbe essere aggiornato e con esso anche il calendario della consultazione. In caso contrario, il Comitato promotore potrebbe sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.

Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte costituzionale, richiama precedenti analoghi pur riconoscendo l’eccezionalità della situazione attuale. Durante la sua esperienza alla Consulta, ricorda, i radicali sollevarono un conflitto di attribuzione per questioni legate alla data di un referendum, ma il ricorso fu respinto e il calendario non venne modificato. A suo parere, anche nel caso attuale la data dovrebbe restare invariata: sarebbe sufficiente un decreto integrativo che aggiorni il testo del quesito senza incidere sul contenuto essenziale dell’indizione.

Nel frattempo resta sullo sfondo anche la recente pronuncia del Tar del Lazio, che lo scorso gennaio aveva escluso la possibilità di sospendere la decisione del governo di fissare la consultazione per il 22 e 23 marzo. Il ricorso era stato presentato dallo stesso Comitato dei quindici giuristi promotori della raccolta firme, ma i giudici amministrativi avevano respinto la richiesta di sospensiva, lasciando invariato il calendario.

La vicenda si inserisce in un contesto istituzionale complesso e delicato, nel quale si intrecciano aspetti tecnici e politici. La decisione finale sulla data del referendum dipenderà dall’interpretazione delle norme e dalle eventuali iniziative delle parti coinvolte. Nel frattempo, la campagna referendaria prosegue in un clima di incertezza, con l’attenzione rivolta alle prossime mosse delle istituzioni e alla possibile evoluzione del quadro giuridico.

(fonte Ansa)


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