Cultura

Chet Faker – A Love for Strangers

La vigilia di San Valentino non è mai suonata così dolce. Con “A Love For Strangers”, Chet Faker torna per piazzarci un fuoco d’artificio in mezzo al cuore. Una delizia sentimentale ed intimista che arriva a cinque anni di distanza dal precedente lavoro sotto il celebre pseudonimo. Il nuovo disco fonde la fantastica matrice elettronica, marchio di fabbrica dell’artista, a musicalità lente, che colano con calma sospirata e si schiudono fulgenti e preziose, come un bacio a fior di pelle. 

Credit: Maria do Carmo Louceiro

“Over You”, ascoltata a ripetizione in cuffia, è un balsamo catartico per le orecchie mentre cammino nelle notti scure di Parigi. La rottura aspra che stringe lo stomaco, la pietra che pensavamo di aver messo definitivamente su qualcuno o qualcosa che poteva essere. Il rientro e la strana familiarità, quasi come se le distanze non esistessero ed il tempo non fosse mai passato, quasi come se non fossimo mai andati via. “And I don’t wanna know, love, if I can’t hold it/ Someone set me free/ I was getting over you” risuona nelle membra. Chet canta d’ingenuità e di spostamenti, delle false convinzioni d’amore che spesso ci imponiamo, come se il cuore non rischiasse di traboccare o di serrarsi di nuovo. E invece lo fa, malgrado tutto e spesso inaspettatamente. Come quando girando l’angolo, sovrappensiero, le scintille della Tour Eiffel mi riempiono gli occhi proprio al momento giusto, mentre la mente mi strattona all’indietro ed i passi svelti mi spingono in avanti: “And if you find my name inside your dreams/ Remember how we used to sing/ You still got the melody/ But some things just aren’t meant to be“.

Un’altra carezza inebriante nella penombra è “1000 Ways”, quando gli sguardi s’incontrano e ci si ritrova nel modo più sorprendente possibile. Un’ancora gettata in un mare senza fondo, una mano che afferra bramosa il colletto della giacca, il loop polveroso della batteria in sottofondo che è quasi un battito di cuore. Un bagliore, un momento in cui la fragilità filtra da tutti gli spiragli dell’amatura lucente e la parvenza che ci siamo costruiti crolla: “We keep on getting high/ But we keep on losing light / Don’t you know I need you now?/ I need you now/ To tell me I’m enough“.

“Far Side of the Moon” e “This Time For Real”, due dei cinque singoli estratti per lanciare l’album, arrivano a mescolare un po’ le carte, aggiungendo ballabili sfaccettature pop, che si pongono nettamente in contrasto col resto del disco.

“Can You Swim”, invece, è una lama nel costato. Un pezzo di un’onestà disarmante, quasi brutale. Chet si spoglia, depone qualsiasi fronzolo inutile e va dritto al punto. Piano e voce sostengono tutta l’architettura del brano, avvolgendoci, proprio come le onde della vita attraverso le quali dobbiamo nuotare tutti inesorabilmente. Il manuale d’istruzioni non c’è e, ancora una volta, è sempre il cuore ad andarci di mezzo, riportando a galla le scelte sbagliate, le assenze, le fughe di cui ci pentiamo, le parole non dette o quelle vomitate fin troppe volte: “Love gets in the way/ I feel like I am dumb/ I try to run away/ From the things I’ve said and done/ All that I can feel/ Are the things I run from“. L’altrettanto vulnerabile “Just My Hallelujah”, che chiude il disco su una nota contemplativa, si setta sulle stesse corde. È un’alba nebbiosa e fragile, quasi una confessione che sorge tra i tasti del pianoforte. È la voce specchiata di Faker, che scava brillantemente senza voler mai arrivare al fondo: “Let me believe I see the light/ That nothing is wrong, and everything’s right/ I want to behave, I feel like I don’t/ But falling in love isn’t getting along“.

In “Remember Me”, l’artista a tratti cerca il senso nella conclusione palpabile e a tratti si lancia in ansiti d’amore che si srotolano irrisolti ed infiniti, scandendo “The time is a bitch and love is free/ But here I am, prepared to bleed” mentre si guarda le spalle. L’unica voce femminile dell’album si palesa con “The Thing About Nothing”, dove aLex vs aLex canta, portando il musicista oltre la barriera emotiva. E lo fa imbarcandolo in un viaggio di scoperta del sé ingenuo e naturaleI can’t understand/ Teach me how to stand/ Who I really am“, che s’intreccia e risulta, inesorabilmente, in una scoperta dell’altro “Ven, que yo te sigo/ Yo voy a donde tú vas“.

“A Love For Strangers” è un disco che parla di tutte le forme e pieghe che l’amore può assumere. Ci sono curve dolorose ed altre lente e concilianti, ci sono l’euforia e il distacco, ci sono le palpitazioni e l’inquietudine di perdersi in sé stessi e nell’altro. Nick Murphy attraversa tutto in profondità, senza mai alzare i toni. Il songwriting dell’album è un intreccio di monologhi interiori, un manifesto di vulnerabilità scintillante. Le emozioni sono delle matasse che “A Love For Strangers” non vuole sbrigliare, ma abbracciare con grande onestà. Chet si espone, si tende e si torce, raccoglie tutti i frammenti e ci regala uno splendido mosaico, di sicuro il suo album più intimo e nudo ad oggi. Un lavoro che ci narra l’amore come un confronto costante, un insieme di note che scandisce inevitabilmente le nostre vite, un bouquet di rose malinconiche che ci graffiano il mento. “A Love For Strangers” ci culla e ci sopraffà, ed è proprio grazie al suo meraviglioso contrasto che non fatica neanche un istante a farsi largo nel nostro cuore.


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