Che Dio Perdona a Tutti, una commedia sentimentale tra contraddizioni e ipocrisia
Pif torna a fare un film commedia che si propone di far ridere, ma suscita anche (e non solo) profonde riflessioni. Pierfrancesco Diliberto, all’anagrafe, è alla sua quarta regia e anche nei trascorsi è possibile cogliere una vena indagatrice che non si ferma. In questo caso, come nei precedenti, la Sicilia è centrale.
Se per qualcuno vale il detto “Nemo profeta in patria”, Pif – nella ‘sua’ Sicilia – non è solo profeta ma anche particolare cantore. Per raccontare determinate dinamiche bisogna viverle, Diliberto sviscera vizi e virtù di un’isola che ammalia e rapisce ma conserva anche il potere di far innervosire. Al pari di Ficarra e Picone, può permettersi di scherzare persino sulle pecche più aspre della sua terra in quanto non ha mai abbandonato quello che resta il territorio in cui è nato e cresciuto.
Pif incontra Papa Francesco
La Sicilia resta una parte importante di Pif: una ‘tavolozza’ dove crea la propria visione del mondo come un artista riesce a fare con i colori a disposizione. Che Dio Perdona a Tutti, questo il titolo dell’opera, è un ritratto in commedia dell’ipocrisia dei credenti senza indugiare eccessivamente su preconcetti che mal si associano con l’incoerenza di una collettività che prega – in cerca di un miracolo condiviso – ma non fa nulla di concreto affinché le cose cambino davvero.

Questo concetto rivelatore, alla base della commedia che prende spunto da un proverbio siculo ben noto, glielo ha mostrato senza filtri, con audacia e trasporto, Papa Francesco. Il noto comico e regista ha incontrato il Pontefice nel 2018 e gli ha confessato l’ispirazione che il compianto Santo Padre gli diede per l’omonimo romanzo da cui è tratto questo lungometraggio. Papa Francesco non solo fu lusingato di questa sorta di “omaggio”, ma volle saperne di più. Pierfrancesco Diliberto ha raccontato che il compianto Pontefice è riuscito a fargli amare determinati aspetti della religione Cattolica, pur essendo lui ateo. Quasi agnostico.
L’importanza della fede
Dimostrazione ulteriore che Papa Francesco riusciva a entrare anche nel cuore di tutti coloro che non erano credenti, merito del suo approccio innovativo alla Dottrina e una capacità di ascoltare e capire fedeli e non piuttosto rara. La storia di Che Dio Perdona a Tutti è semplice e complessa al tempo stesso. Tutto comincia con Arturo, agente immobiliare di successo che non ha un culto di riferimento: l’unica cosa in cui crede davvero sono i cannoli della Sicilia e non vuole ammettere altro tipo di divinità o forme di contemplazione. L’esistenza di Dio non è neppure da prendere in considerazione per lui.

Fin quando non conosce Flora Guarneri, erede di una pasticceria specializzata in dolci della tradizione sicula. Punto debole di Arturo, interpretato dallo stesso Pierfrancesco Diliberto. Flora, invece, è incarnata dall’interprete Giusy Buscemi. Nota sul piccolo schermo per l’esperienza in Vanina – Un vicequestore a Catania, arrivata alla seconda stagione. Tornando alla sala, invece, l’amore fra l’agente immobiliare e l’ereditiera scatta immediatamente.
Umorismo e sentimenti
Galeotta fu la passione reciproca per cassate e sciù, ma non basta il dolce per arrivare al lieto fine. Serve qualcosa in più. Flora è profondamente cattolica e non rinuncia alla sua fede, neppure a determinate condizioni – quasi dogmatiche – da rispettare. Arturo, per non perdere quell’amore, si finge credente a proprio rischio e pericolo. Il colpo di scena risiede proprio nell’apparizione, ad Arturo, del compianto Pontefice. Il miracolo che fa apparire Papa Francesco è dovuto, in questo caso, a un’indigestione di sciù. Da un’overdose di golosità nasce, dunque, l’opportunità di provare a capire meglio la fede cristiana e i cattolici.
L’idea di Pif è buona, la resa è approssimativa. La sceneggiatura di Michele Astori è ben strutturata, le suggestioni sono molto simili a un altro grande classico del repertorio targato Diliberto. La Mafia Uccide Solo d’Estate. I complici e i metodi di lavoro sono i medesimi, stavolta però sembra esserci un freno a mano tirato di troppo. Pif cerca di mettere insieme una commedia romantica in grado di suscitare anche reazioni importanti e riflessioni annesse.
Comicità basica per un’idea vincente
Il proposito c’è, ma il mix di stati d’animo nel corso della proiezione finisce per mescolarsi e perdere di valore. Forse perchè sarebbe stato più opportuno affondare il colpo, anche in chiave umoristica, per giocare – con garbo e senza mestizia – sull’incoerenza dei credenti che passano spesso sopra ad atteggiamenti penalizzanti malgrado la propria morale solo apparentemente inflessibile. Tematiche come il rispetto e l’empatia sono centrali, molto spesso però tra il dire e il fare non c’è soltanto di mezzo il mare.
Un oceano di possibilità si frappone tra propositi e realizzazioni, che poi è anche la base dei tormenti di qualunque persona intenta a far quadrare i propri valori con una coscienza. L’opera è gradevole, ma da Pif ci si attende un umorismo più tagliente. Con il tempo, forse, ha aggiustato il tiro. La leggerezza e il disincanto rimangono al centro dell’opera, ma era lecito aspettarsi una catarsi rivelatrice – anche leggermente ribelle – in grado di stravolgere e ridimensionare ogni equilibrio attraverso lo svisceramento di quelle che sono le incongruenze della morale collettiva.
Papa Francesco e il senso dell’umorismo
Dio perdona tutti, d’accordo, ma da Pif era lecito aspettarsi un’evoluzione più sferzante e provocatoria. Anche in nome del rapporto con Papa Francesco che non ha mai nascosto quanto possa essere salvifico il potere dell’umorismo. Stavolta, però, le battute sono prevedibili e anche abbastanza scontate. Un’inversione di rotta rispetto ai fasti del passato cinematografico di un regista sempre pronto a mettersi in discussione. Il topos romanzesco, in tal caso, viene svilito da una resa filmica non all’altezza della pagina scritta.




