Chat Pile And Hayden Pedigo
Hanno raccontato la claustrofobia, l’angoscia e lo scetticismo dell’uomo contemporaneo, condensandolo in riff di chitarra lenti e minacciosi, vibrazioni di fuzz guitar in estasi slowcore/sludge-metal, ringhi dolenti e urla feroci, hanno ridefinito i contorni del noise-rock catturando l’attenzione anche dei non fan del genere.
Con soli due album, i Chat Pile hanno descritto il disfacimento dell’America che altri hanno illustrato attraverso la metonimia dell’horror cinematografico e letterario, grazie a una musica ricca di tempi ritmici grevi come l’osmio, scrosci di chitarre, voci laceranti e lampi di luce affidati a poche tastiere.
Quella di Hayden Pedigo è una storia più lunga mai valorizzata dai media, un chitarrista il cui stile fingerpicking pian piano ha fatto breccia tra i cultori della musica underground americana, fino a comparire timidamente in alcuni consuntivi di fine anno del 2024 grazie all’eccellente album “Live In Amarillo, Texas”.
L’incontro tra Hayden e i Chat Pile può senz’altro apparire stridente, se non proprio azzardato, ma solo per chi non conosce bene il percorso del chitarrista texano, che ha già intercettato Charles Hayward (This Heat), Fred Frith, Werner “Zappi” Diermaier (Faust) e Steffen Basho Junghans.
Anche per la band texana non si tratta di un cambio di rotta, ma di un approfondimento del proprio lato oscuro, una scelta che abbraccia non solo il versante musicale ma anche quello dei testi.
“In The Earth Again” è un disco a lenta combustione. Hayden Pedigo offre alla voce di Raygun Busch un corpo melodico acustico di rara bellezza e potenza: un brano splendido come “The Magic Of The World” è come una fiammella che rende ancor più incandescente il successivo, ossessivo grido di “Fission/Fusion”. Diventa così lampante che la sinergia tra i due fronti sonori è non solo avvincente ma anche capace di sviluppare un amalgama sonoro imprevedibile e originale.
Accade così che le malsane, funebri e sospese sonorità di “Demon Time” si evolvano su inamovibili riff di chitarra e risonanze non ben definite, nel contempo il dialogo tra lo scintillante stile chitarristico di Pedigo e il suono plumbeo del basso in “Radioactive Dreams” apre spiragli di luce. Un dualismo che nutre ogni tratteggio sonoro del disco, che sia l’impetuoso e cacofonico sludge-metal di “Never Say Die!” o l’ingannevolmente lucente strumentale “Beyond A Pale Horse”, due tracce che nel loro intrecciarsi offrono una diversa chiave di lettura del concetto di apocalisse.
A questo punto è chiaro che “In The Earth Again” non è il frutto di un fortuito gemellaggio: Hayden Pedigo si è trasferito da poco a Oklahoma City a pochi metri dalla band ed è dall’incontro a breve distanza che è nata la collaborazione. La ragion d’essere di questo album è racchiusa nella comune messa a fuoco della realtà del Midwest rurale americano: Hayden ha fatto suoi temi cari a Raygun come i problemi dei senzatetto e gli omicidi tra le mura domestiche, al punto che il tratteggio chitarristico di “I Got My Own Blunt To Smoke” offre increspature simili al cantato del leader dei Chat Pile.
Il punto di sintesi totale è però racchiuso nella lunga “The Matador”, un brano terrificante e melmoso, un vortice dove i melodrammi letterari, l’orrore quotidiano, la densità del tocco chitarristico e l’opprimente catarsi di voce e riff noise si fondono fino a diventare materia unica, dura come la roccia e nello stesso tempo elegiaca ed emotivamente intensa (“A Tear For Lucas”).
Raramente un incontro ad armi impari, come quello di “In The Earth Again”, ha dato frutti così succosi. Non sarà facile per Chat Pile e Hayden Pedigo restare fedeli a quanto precedentemente realizzato, questo disco ha dato una svolta alla loro vita artistica, ed è nello stesso tempo pronto a cambiare anche quella degli ascoltatori, a patto di svincolarsi da quelle consuetudini e dalle barriere stilistiche che questi trentasei minuti disgregano con abilità e ingegno.
01/10/2025




