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Charlotte de Witte – Charlotte de Witte: La dj belga che infiamma i festival :: Le Recensioni di OndaRock

Autentica celebrità della recente ondata techno, la belga Charlotte de Witte, dopo diversi Ep e innumerevoli dj-set sparsi per il globo, arriva all’esordio sulla lunga distanza, momento consacrativo di una carriera in grado di riempire festival titanici come Tomorrowland, Time Warp e Sónar. È un debutto che si struttura attorno a due cardini: le potenti casse dritte e le linee di basso che martellano la stessa nota in croma (per chi ha un minimo di dimestichezza con la notazione musicale).
Il risultato è un rito dal sapore ammiccante, che vive del contrasto tra muscolare e ammaliatore, come nelle melodie quasi frivole su ritmiche più minacciose (“No Division”) o nei vocalizzi arabeggianti su bassi acidi (“Vidmahe”). L’opera, tuttavia, non emana un vigore che vada oltre una produzione sì rifinita ma poco ispirata. Uno dei principali limiti, forse, è la sua skippabilità: basta ascoltare una manciata di minuti per poter dire di aver attraversato il brano; e questo avviene per quasi tutti gli undici episodi del disco.

È vero che la minimal techno si basa sulla reiterazione, nulla da discutere. La producer ha indicato più volte come una delle sue ispirazioni principali Len Faki, autore di un linguaggio ritmico più stratificato e attento alle micro-variazioni. Ma il ritorno ciclico è un’arte da maneggiare con attenzione. La capacità di mantenere una stessa cellula per sei, otto minuti senza scadere nel tedio si gioca nelle sottili mutazioni, nei filamenti quasi invisibili, che come un chiaroscuro creano attrito. Qui, invece, l’approccio è semplice, fin troppo, quasi didascalico. E spesso prevedibile, con quella Roland TB-303, la linea acida per eccellenza, che ribatte la medesima nota come per evocare una cavalcata: effetto logoro, per il quale potremmo anche invocare un cambio di vento.

Questa prevedibilità da manuale finisce per irrigidire il percorso. Si intravedono squarci di interesse: “Memento Mori” si struttura su un canto gregoriano intonato da un coro femminile. Ma nella maggior parte dei passaggi prende forma un intreccio di cliché, tra voci bioniche e linee acide, di nuovo! (“Become”), fino all’ibrido techno-hip hop di “The Heads That Know”, che reitera la stessa cellula in croma creando un altro banger già sentito. E non si tratta di un caso isolato: diversi episodi del disco condividono struttura, timbri e progressioni quasi intercambiabili. Un barlume più definito appare in “Higher”, episodio ambient-breakbeat, capace di generare una tensione sospesa che però si incrina per via di un cantato un po’ fuori misura.

L’impressione finale è quella di un lavoro portato a termine con poco ardore, come a voler dire: voglio figurare anch’io nel club dei dj con un album all’attivo. Ma forse il suo universo resta quello della console, tra cdj e giradischi.

25/11/2025




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