Cultura

Changing My Scene – il Big Bang musicale dei Beatles

Una quarantina di anni fa gli Stadio cantavano: Chiedi chi erano i Beatles. La Cherry Red Records oggi gli risponde in maniera più che esaustiva con questo corposo cofanetto intitolato “Changing My Scene – Art Music and The Beatles: from Stockhausen to The Goons”: una vertiginosa immersione nel laboratorio alchemico nel quale prese forma il sound dei Fab Four nel periodo in cui il loro pop smise di essere tradizionale musica leggera per farsi vera e propria rivoluzione culturale.

Il punto di rottura è l’agosto del 1966: il ritiro dai circuiti live trasformò lo studio di Abbey Road in un parco giochi senza confini. La fine dei concerti eliminò ogni limite creativo per i Beatles: non dovevano più preoccuparsi di come riprodurre le loro nuove canzoni dal vivo. È qui che John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr si elevarono a infallibili architetti sonori, assimilando influenze che spaziano dai maestri della musique concrète come Karlheinz Stockhausen e Luciano Berio – di cui McCartney seguì una lezione a Londra nel 1966 – fino agli sketch comici di una popolarissima trasmissione radiofonica della BBC chiamata “The Goon Show”.

Il cofanetto, attraverso i pezzi dei più disparati “maestri” dei Beatles, ci svela la genesi di alcuni dei loro capolavori immortali. Scopriamo così che lo staccato di archi di “Eleanor Rigby” non è solo un omaggio ad Antonio Vivaldi, ma pulsa della medesima energia claustrofobica delle colonne sonore di Bernard Herrmann per Alfred Hitchcock. O che le frasi del trombino in “Penny Lane” nacquero da una folgorazione che colpì Paul McCartney guardando alla televisione il Concerto Brandeburghese n. 2 di Johann Sebastian Bach.

Il produttore e arrangiatore George Martin, da sempre definito il quinto Beatle, agì da interprete colto, traducendo le folli visioni di ragazzi che non sapevano leggere la musica in partiture per quartetti d’archi e orchestre sinfoniche. Ma gli spunti classici non sono altro che uno spicchio del mondo beatlesiano, alimentatosi anche delle atmosfere indiane del sitar di Ravi Shankar, del free jazz d’avanguardia di Ornette Coleman e delle manipolazioni elettroniche dei pionieri del BBC Radiophonic Workshop.

“Changing My Scene” celebra non tanto la seconda fase della carriera del quartetto di Liverpool, quanto quel breve ma intensissimo momento creativo tra il 1966 e il 1968 in cui, tra i colori sgargianti di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e il monocromatismo del “White Album”, i Beatles colmarono il divario tra rock e musica colta. Un’opera necessaria per capire appieno la dirompenza dell’esperienza beatlesiana nella sua estrema libertà. E, nonostante tutto, semplicità. D’altronde, secondo McCartney, i confini e le differenze tra stili e generi non hanno importanza: ciò che conta è solo che la musica sia buona.


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