C’era una volta il weekend, oggi un lavoratore su cinque è impegnato anche alla domenica

La domenica non è un giorno di riposo per tutti, anzi. Secondo un’elaborazione effettuata da Adapt sui dati Eurostat 2023, in Italia il 21,6% dei lavoratori dipendenti è operativo anche nell’ultimo giorno della settimana: una percentuale che coinvolge più di un occupato su cinque. Tuttavia, il dato generale nasconde differenze sostanziali nella frequenza con cui questa attività viene svolta. Se prendiamo come riferimento la totalità di chi lavora di domenica, il 26,85% dichiara di farlo solo “talvolta”, mentre la stragrande maggioranza, ovvero il 73,14%, è impegnata con maggiore regolarità. Rapportando questi numeri alla platea complessiva degli occupati, emerge che i lavoratori domenicali “occasionali” rappresentano il 5,8% del totale, mentre quelli “abituali” arrivano al 15,8%.
L’indagine di Adapt mette in luce anche una lieve differenza di genere nell’intensità del fenomeno. Sebbene l’incidenza complessiva del lavoro abituale domenicale si attesti al 15,8% sia per gli uomini che per le donne, scendendo nel dettaglio si nota che le lavoratrici sono leggermente più coinvolte: lavora abitualmente di domenica il 16,1% delle donne contro il 15,6% dei colleghi uomini.
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Lo scenario cambia radicalmente se si analizza la distribuzione per settori economici. Facendo riferimento ai dati Istat del quarto trimestre 2024 – un periodo dell’anno in cui storicamente il lavoro domenicale tende a essere più contenuto – si stimano in Italia 4.202.154 persone occupate di domenica, pari al 17,5% del totale. Il comparto in cui il fenomeno è più massiccio è senza dubbio quello alberghiero e della ristorazione: qui ben il 66,7% degli addetti, pari a oltre un milione di lavoratori, è in servizio la domenica, un dato coerente con la natura di un settore trainato dai consumi e dal tempo libero.
Percentuali significative si riscontrano anche in altri ambiti dove la continuità operativa è essenziale: lavora di domenica il 26,4% degli addetti in agricoltura, silvicoltura e pesca, il 23,4% nel commercio, il 22,5% nella pubblica amministrazione e difesa e il 20,2% nel settore trasporti e magazzinaggio. Scendendo nella graduatoria, si osservano valori intermedi nei settori dell’istruzione, sanità e servizi sociali (17%) e negli altri servizi collettivi e personali (17,6%). L’incidenza si fa invece più contenuta nelle attività immobiliari e professionali (11,9%) e nel comparto informazione e comunicazione (8,2%). Chiudono la classifica i settori organizzati prevalentemente sui giorni feriali: le percentuali più basse di lavoro domenicale si registrano infatti nell’industria in senso stretto (6,5%), nelle attività finanziarie e assicurative (3,6%) e, infine, nelle costruzioni, dove appena il 2,2% degli occupati è attivo di domenica.
“Il dato sul lavoro domenicale – commenta Francesco Alifano, ricercatore Adapt e assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia – conferma come la trasformazione dei modelli di consumo e l’estensione dei servizi abbiano progressivamente ridefinito i tempi del lavoro. Non si tratta soltanto di una questione quantitativa, ma di intensità e gravosità del lavoro, con implicazioni rilevanti sul piano della regolazione contrattuale e della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. La contrattazione collettiva potrebbe dunque farsi carico di regolare le condizioni alle quali è possibile lavorare di domenica, valorizzando le specificità territoriali e settoriali e introducendo margini di flessibilità governata volti a garantire la reale volontarietà della prestazione domenicale”.
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