Trentino Alto Adige/Suedtirol

Centri per dimagrire: buco da 3 milioni, noto imprenditore nei guai – Cronaca



BOLZANO. Una cura dimagrante conosciuta in tutto il nord Italia. Migliaia di clienti frequentavano le sue cliniche sparse per la Lombardia, il Veneto e l’Alto Adige, seguendo un programma basato sull’accelerazione del metabolismo. Parliamo di un imprenditore trentino, milionario, che ora è nei guai fino al collo. Avrebbe svuotato le casse delle “sue” cliniche, mentre medici e dipendenti rimanevano senza stipendio. Agli atti ci sarebbero messaggi intimidatori inviati al personale: «Faremo i conti con chi non vuole fare le visite» avvertiva in piena pandemia, definendo le misure statali anti-contagio una «farsa».

La principale accusa nei confronti dell’imprenditore 50enne è di avere orchestrato una operazione di “spoliazione” ai danni di tre società altoatesine del settore del dimagrimento (oggi tutte fallite), vendendo a se stesso e alla ex moglie quote societarie a un prezzo gonfiato di oltre tre volte il valore reale: 2,3 milioni di euro a fronte di un valore di soli 631mila euro. Dopo le indagini e le intercettazioni – siamo dentro una causa civile – ora il giudice Francesco Laus del Tribunale di Bolzano ha disposto un sequestro conservativo dei beni dell’imprenditore fino a due milioni di euro. In questi casi la legge prevede che il controllo delle aziende entrate in liquidazione giudiziale passi dai vecchi proprietari a un curatore nominato dal Tribunale. Trattasi di Alessandro Smolei, il cui compito è quello di recuperare tutti i soldi possibili per pagare i debiti lasciati verso banche e fornitori.

È il passaggio di quote, secondo i giudici, la causa scatenante di un dissesto da quasi 3 milioni di euro di debiti. L’apice di una torbida gestione delle finanze.Governava con il pugno di ferro, nonostante non avesse ruoli formali in alcune delle società poi fallite. L’imprenditore decideva tutto: dalle assunzioni ai licenziamenti, fino a imporre, questa l’accusa, un clima intimidatorio denunciato anche dai medici collaboratori. «Sono io – emerge dalle intercettazioni – che devo decidere tutto ciò che riguarda il funzionamento e il servizio da dare ai clienti deve essere sempre approvato da me».

Arrivava a rimproverare aspramente il reale amministratore delegato per prelievi di contanti non autorizzati (come un episodio da 1.400 euro), intimandogli che non si potevano prelevare soldi «senza il nostro consenso». Il metodo per dimagrire era il suo, e si doveva stare ai suoi ordini. Agli atti un episodio in cui interveniva direttamente sulla strategia commerciale, lamentando che vendere i trattamenti a 3.500 euro fosse «degradante» , e imponendo una base minima di 4.000-4.500 euro per attirare clienti “benestanti”. L’imprenditore dava istruzioni precise su come usare i soldi in arrivo dalla banca: prima dovevano essere pagati gli arretrati spettanti a lui e a una sua collaboratrice, e solo dopo «quello che avanza si usa per pagare medici e segretarie».

In un’altra occasione, sempre come emergerebbe dagli atti, chiedeva al consulente di trovare «qualsiasi strada» percorribile per chiudere posizioni e licenziare il personale. Un comportamento che, secondo il Tribunale, dimostra la volontà di privilegiare il proprio interesse personale a discapito della sopravvivenza stessa delle aziende e dei diritti dei lavoratori. Questo ruolo ingombrante dell’imprenditore ha portato al dissesto del gruppo. Le quote di una delle società sono state vendute per un corrispettivo pattuito di 2,3 milioni di euro. Secondo una relazione tecnica, però, il prezzo era assolutamente incongruo poiché il valore reale delle partecipazioni ammontava a “soli” 631.290 euro. Lo stesso imprenditore ha promosso questo contratto agendo in una situazione di palese conflitto d’interesse, essendo contemporaneamente uno dei venditori e l’amministratore di fatto delle società acquirenti. Attraverso questa manovra, il resistente e i suoi familiari hanno incassato circa 1,48 milioni di euro, sottraendo liquidità vitale alle aziende. Il tribunale evidenzia come «l’assunzione di tali impegni finanziari insostenibili» sia stata la causa primaria del crac delle tre società. Queste ultime e i rispettivi amministratori delegati sono difesi dagli avvocati altoatesini Thomas Menegotto e Stefan Thurin. Prossima udienza fissata per luglio.




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