c’entra il decreto flussi?- Vipiù

Dopo l’articolo sul commercio a Vicenza arrivano nuove testimonianze di lettori e operatori economici. I temi riguardano il contrasto tra negozi che chiudono in centro, nuove attività nel quadrilatero e dubbi anche su alcune dinamiche del mercato ortofrutticolo.
Dopo l’articolo pubblicato ieri (“Commercio a Vicenza, negozi che chiudono in centro e nuove attività nel quadrilatero: domande e inquietudini dei cittadini“) sul cambiamento del commercio cittadino e sul contrasto tra negozi che chiudono nel centro storico e nuove attività nel cosiddetto quadrilatero tra viale Milano e via Torino, sono arrivate in redazione numerose reazioni che, però, allargano la visuale anche su alcune attività agricole nel Vicentino che non troverebbero giustificazioni economiche se non in traffici “umani” paralleli. Alcuni lettori, tra cui consumatori e operatori economici, hanno chiesto di raccontare il loro punto di vista, ma senza esporsi pubblicamente con nome e cognome.
Le testimonianze raccolte, pur con la prudenza dovuta all’anonimato delle fonti, sembrerebbero confermare un malessere diffuso tra una parte del tessuto commerciale vicentino. Il tema, va chiarito subito, non riguarda la nazionalità di chi apre un’attività – molti interlocutori sottolineano anzi il rispetto per chi investe e lavora – ma il funzionamento complessivo del sistema economico e dei controlli.
Il caso da cui è ripartita la discussione è quello dell’apertura della pasticceria Les Delices – Pasticceria Caffetteria in viale Milano, inaugurata nei giorni scorsi alla presenza del sindaco con la fascia tricolore. Un gesto istituzionale sicuramente in perfetta buona fede ma che alcuni residenti hanno commentato girandoci interrogativi sulla proprietà del locale che, a detta loro, non sarebbe delle più encomiabili.

Secondo quanto riferito da diversi cittadini e operatori che hanno contattato la redazione, la domanda di fondo sarebbe semplice: come è possibile che molti imprenditori italiani di origine o per il rispetto delle leggi del Paese che li ospita e al cui sviluppo contribuiscono facciano fatica a mantenere una sola attività, mentre altri riescono ad aprirne più di una nello stesso quartiere e fuori sostenendo affitti e costi di personale?
Le testimonianze raccolte non offrono risposte certe, ma avanzerebbero alcune ipotesi che – sottolineiamo – andrebbero verificate dalle autorità competenti qualora non lo siano già.
Alcuni lettori parlerebbero, ad esempio, di un possibile meccanismo economico che coinvolgerebbe attività commerciali gestite da cittadini di diverse provenienze – egiziana, Sikh o del Bangladesh nei casi citati per non parlare dei “tradizionali” cinesi – caratterizzate da margini di guadagno molto bassi o addirittura apparentemente inesistenti.
Secondo queste segnalazioni, alcune attività di ortofrutta sempre più diffuse in città e ora anche fuori dai suoi confini potrebbero funzionare anche con profitti minimi. In alcuni casi, sempre secondo quanto riferito dai lettori, il vero interesse economico non sarebbe tanto nel guadagno diretto del negozio o dell’attività economica quanto, addirittura, nella possibilità di generare volumi d’affari utili a giustificare pratiche legate ai flussi di ingresso di lavoratori stranieri.
Si tratterebbe, in questa ricostruzione di un sistema che consentirebbe di attivare richieste di ingresso per lavoratori provenienti dagli stessi Paesi di origine degli imprenditori. Ipotesi che naturalmente richiederebbe eventuali verifiche da parte delle autorità competenti già attive peraltro nel verificare e sanzionare indebiti contributi europei ricevuti.
Alcune attività commerciali o, segnatamente, agricole, servirebbero, quindi, per generare volumi d’affari utili a sostenere richieste di ingresso di lavoratori stranieri attraverso i meccanismi previsti dal decreto flussi. Secondo questa ipotesi – tutta da verificare – l’apertura o la gestione di più attività, commerciali e/o produttive, potrebbe consentire di attivare pratiche di ingresso per lavoratori provenienti dagli stessi Paesi di origine degli imprenditori.
Alcuni lettori arrivano ad ipotizzare, pur su basi che loro definiscono reali, che i beneficiari di tali procedure potrebbero pagare somme significative per accedere a questi canali di ingresso. Per questo motivo alcuni lettori ipotizzerebbero, quindi, che il vero obiettivo economico di alcune attività agricole non sarebbe tanto il profitto derivante dalla vendita dei prodotti, quanto la possibilità di generare volumi di attività sufficienti a giustificare richieste di manodopera straniera attraverso i meccanismi previsti dal decreto flussi con i relativi “migranti” pronti a pagare il pass per quello che sognano come un futuro migliore di quello che vivrebbero nei loro paesi di origine. E pronti, magari, anche a lavorare sotto caporale e a vivere nei retro bottega o in abitazioni fatiscenti nei campi di chi li ha fatti arrivare quando, una volta qui, si accorgono che tra sogni e realtà la distanza è spesso abissale. Così abissale che c’è chi, poi, sprofonda nella malavita.
Un altro elemento ricorrente nelle testimonianze riguarda il diverso atteggiamento verso controlli e sanzioni: «Gli imprenditori onesti, italiani di origine o di acquisizione, hanno il timore costante dell’Agenzia delle Entrate e dell’Ulss, perché hanno beni e patrimoni aggredibili in caso di problemi. Altri invece aprirebbero e chiuderebbero attività con grande rapidità, rendendo più difficili controlli e verifiche».
Il dibattito sul commercio vicentino, dunque, appare tutt’altro che chiuso. Le trasformazioni in corso riguardano non solo l’economia locale ma anche il volto futuro della città e della provincia. Ed è probabilmente per questo che la domanda che molti cittadini continuano a porre resta sempre la stessa: quale Vicenza e quale Italia, perché il fenomeno, se verificato, non sarebbe solo locale, vogliamo tra dieci anni?
Si tratta, va ribadito, di opinioni e percezioni raccolte tra cittadini e operatori economici che non hanno fornito documentazione diretta a supporto delle loro affermazioni. Proprio per questo le riportiamo con la dovuta cautela e utilizzando il condizionale.
Il punto politico, tuttavia, tornando a focalizzarci sul capoluogo, resta e riguarda la trasformazione economica della città. Negli ultimi anni Vicenza ha visto aumentare il numero di negozi sfitti nel centro storico, mentre alcune zone periferiche o semi centrali registrano un forte attivismo commerciale.
Per molti dei lettori che hanno scritto, la questione centrale non sarebbe, però, chi apre un’attività, ma se esista una strategia complessiva per il commercio cittadino.
Tra i temi citati nelle segnalazioni ricorrerono soprattutto:
– gli affitti elevati nel centro storico
– la difficoltà per i negozi tradizionali di sostenere costi e burocrazia
– la trasformazione di alcuni quartieri in nuove polarità commerciali
– la richiesta di controlli uniformi per tutte le attività economiche.
Per questo motivo diversi lettori hanno accompagnato alle loro segnalazioni un appello alle istituzioni affinché vengano garantiti controlli uniformi per tutte le attività economiche e condizioni di concorrenza realmente eque: «Chi lavora rispettando le regole dovrebbe essere premiato. E chi invece non le rispetta dovrebbe essere sanzionato».
Ovvio?
Sì, ma questo mondo di ovvio ormai parrebbe averne sempre di meno.
Anche perché ad “alimentare” questi possibili fenomeni c’è la necessità della gente, mediamente sempre più povera, di comprare a poco.
E la necessità porta a non farsi domande su come nasca quel “poco”…
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