Friuli Venezia Giulia

Castellieri dimenticati, milioni europei e occasioni perse: perché il Carso ignora il suo tesoro archeologico

22.02.2026 – 10.00 –Kaštelirji”, “kasteljeri”, “zidine”, “gradine”, “castellieri”… Nomi diversi, ma un’unica definizione: un insediamento fortificato, collocato in posizione strategica, risalente a un periodo che va dall’Età del Bronzo a quella del Ferro, dal II al I millennio a.C. Nonostante il Carso triestino sia costellato di castellieri e questi siano presenti anche in Friuli, senza contare la numerosa presenza in Istria e nel Quarnero, si fatica a trovare un singolo percorso, un itinerario in cui siano davvero valorizzati. Non esiste, nella politica turistica attuale, uno spazio reale dedicato ai castellieri: si preferisce l’antichità romana di Aquileia o, al più, il fascino friulano dei Longobardi. Eppure, cent’anni fa, i castellieri erano protagonisti di intense campagne archeologiche, attirando l’interesse non solo di esploratori e studiosi dilettanti, come il console inglese Sir Richard Burton, ma anche di professionisti come Marchesetti, che hanno poi gettato le fondamenta di istituzioni come il Civico Museo d’Antichità di Trieste. Un passo incoraggiante è stato compiuto, a questo proposito, con il progetto Kaštelir, un Interreg che mira a realizzare una cooperazione transfrontaliera tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Slovenia, al fine di valorizzare i castellieri in chiave turistica.

Accanto alla conservazione dei castellieri, spesso distrutti durante la costruzione di strade, Kaštelir mira a “spostare i flussi turistici nelle aree rurali, sostenendo gli obiettivi di sviluppo turistico nell’entroterra di entrambi i Paesi e contribuendo in modo significativo alla riduzione della stagionalità nel turismo transfrontaliero”. Il soggetto capofila è Capodistria/Koper, che ha ripartito i fondi con la partecipazione del Venetian Cluster, di San Dorligo della Valle e dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti. L’Interreg si concluderà quest’anno, il 21 ottobre 2026, e gli obiettivi dichiarati appaiono piuttosto ambiziosi: la creazione dell’unico Istituto archeologico transfrontaliero dell’Alto Adriatico; l’istituzione di un esteso Consorzio transfrontaliero per i castellieri protostorici dell’Alto Adriatico; la piattaforma web, virtuale e guida turistica, Kastelir.eu; il prodotto cicloturistico transfrontaliero “Kaštelirji Road”; modelli 3D dei castellieri; prodotti turistici transfrontalieri sostenibili a cinque stelle e altro. Per avere un punto di vista “sul campo”, Trieste News ha intervistato il geoarcheologo Paolo Paronuzzi, che ha collaborato al progetto Interreg come consulente ed esperto di castellieri.

Tra il Carso triestino, sloveno e croato, quanti castellieri possiamo contare?

Secondo il censimento dell’archeologo triestino Carlo de Marchesetti, nei nostri territori ci sono più di 450 castellieri.

Secondo lei, perché questo patrimonio non è molto conosciuto?

Innanzitutto, stiamo parlando di una storia complessa e di un arco di tempo di duemila anni: sono nozioni che andrebbero insegnate ai bambini a scuola. Negli anni ’60 e ’70 del Novecento si parlava molto di castellieri e in molti erano interessati alle escursioni sul posto. Il panorama culturale, però, era molto diverso: con la fine della Seconda guerra mondiale, a molti giovani non restava altro che iscriversi alle società di esplorazione. Oggi viviamo in un altro contesto. Molti giovani e adulti hanno perso conoscenza dei castellieri perché su di essi è calato circa un trentennio di “oscurità culturale medievale”. In particolare, negli ultimi decenni gli studiosi della Regione hanno preferito studiare l’archeologia romana. Un gruppo di operatrici si è occupato dei castellieri del Friuli con indagini serie, ma purtroppo della nostra zona orientale — di Muggia, del Carso triestino e goriziano — non se ne parlava più.

Come si può contrastare questa tendenza?

Io, in quanto insegnante all’Università di Udine, mi sono impegnato nell’attività di ricerca nel 2016, quando ho deciso di riportare l’interesse su un mondo ormai scomparso a tutti i livelli. È fondamentale accettare la sfida culturale di riesumare il mondo dei castellieri partendo dal basso. In associazioni come l’Università delle LiberEtà di Trieste ho proposto il corso “Riscopriamo i castellieri”: il primo anno si erano iscritte 12 persone, adesso siamo in 60. La gente sta tornando a conoscere il fenomeno. È una realtà del territorio importante da valorizzare, ma per farlo bene dobbiamo proporre una divulgazione costante, continuativa e concreta.

KAŠTellieri” è una delle realtà che ha portato questo patrimonio al pubblico. Il progetto ha una durata di 30 mesi — dal 22 aprile 2024 al 21 ottobre 2026. A otto mesi dalla fine, è soddisfatto del lavoro svolto?

Io non sono stato coinvolto direttamente nell’organizzazione effettiva. Il progetto è diretto dal Comune di Capodistria, che ha deciso sull’utilizzo dell’importo economico, pari a 1.364.133 euro. Io, da professore universitario, ho dato un contributo culturale e scientifico e, da osservatore esterno, posso dire una cosa che mi rattrista: il castelliere degli Elleri — la realtà più importante nel mondo dei castellieri e utilizzato dal progetto come baluardo — si trova per metà in Italia, nel Comune di Muggia, e per metà in Slovenia. Elleri doveva essere al centro delle attività, ma per adesso il sito non è stato curato; anzi, nella parte slovena è completamente ricoperto da arbusti. Mi auguro, e resto in attesa, che nei mesi finali del progetto si intervenga.

Parlando di numeri, quanti eventi, corsi ed “esplorazioni sul campo” sono stati organizzati?

Io personalmente sono stato chiamato per due visite guidate, con 50-60 guide turistiche, al castelliere degli Elleri. Lo scorso ottobre ho tenuto un intervento durante una conferenza. Comunque, complessivamente, c’erano meno di dieci esperti: tutto il personale formato e scientificamente competente che si può trovare nelle nostre zone sul tema.

Uno degli obiettivi strategici di KAŠTellieri è la costruzione di un’Europa più sociale e inclusiva: quali sono i punti di forza del progetto, in questo senso?

Mettere in pratica quest’obiettivo non è banale. Integrare i castellieri nel contesto sociale significa farli radicare nel tessuto sociale stesso. Questo è un percorso che ho iniziato nel 2016 senza avere i fondi di un progetto Interreg. Si tratta di un lavoro lungo e continuo, che deve coinvolgere le scuole, le quali devono andare a vedere sul campo ciò di cui stiamo parlando. Ad esempio, io faccio ogni anno 15-20 escursioni tra Italia e Slovenia. Quando vogliamo promuovere obiettivi sociali dobbiamo agire con costanza, non lavorarci una volta all’anno. Bisogna costruire conoscenza ed entusiasmo nel tempo. Le “Giornate dei castellieri” organizzate sono fini a sé stesse se non si coinvolgono più realtà e se non si agisce con continuità. Gli eventi singoli sono solo “tagli dei nastri”. Se i progetti Interreg diventano solo burocrazia, gli interventi sul territorio diventano nulli.

Qual è il tipo di interesse generato dal progetto e dal mondo dei castellieri?

La mia impressione è quella di un pubblico variegato, tra anziani ma anche abbastanza giovani. Ma — e torno sempre lì — la mancata ripetizione degli eventi ha reso la divulgazione “una tantum”. Nessuno, dalla parte slovena, ha portato una realtà scolastica. So che non è facile, ma dovrebbe essere uno degli obiettivi principali. Avrei voluto vedere più repliche degli eventi e qualche scuola in più, di qualsiasi grado.

Riguardo al precedente progetto Kaštelir (Interreg SI-HR 2014–2020), quali sono le “lezioni” che ha tratto?

Ho notato una certa mancanza di accuratezza dal punto di vista scientifico. Come valutazione personale da collaboratore esterno, posso dire che una parte dei fondi è stata usata per costruire ricostruzioni virtuali 3D dei castellieri. La restituzione grafica è stata affidata alla Facoltà di architettura dell’Università di Maribor, che non ha le competenze specifiche per ricostruire una realtà così antica. Anche in questa seconda edizione rivedremo ricostruzioni completamente infondate dal punto di vista scientifico, che assomigliano più a realtà medievali.

Tra i partner del progetto figurano 14 realtà, tra cui i Comuni di Muggia, Koper e San Dorligo. Come mai non è stata coinvolta anche Trieste?

Il leader del progetto, il Comune di Capodistria, ha deciso di coinvolgere altre zone e di preferire determinate realtà. Gli altri partner si configurano come associati, quindi non hanno avuto a disposizione fondi, fatta eccezione per San Dorligo. Il fatto che Trieste non sia stata coinvolta non significa che non ci siano castellieri, anzi: vicino alla città ce ne sono 8-10, molti di più sulle colline. Pochi anni fa è stato scoperto un castelliere sul colle di San Giusto, sotto i livelli della città romana.

Approfondimento a cura di Zeno Saracino e Aurora Cauter

[a.c.] [z.s.]

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