Salute

Caso ricina – Nove mesi di indagini: accertamenti e testimonianze

Nove mesi di analisi, accertamenti e testimonianze. Le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, entrambe uccise da una intossicazione acuta dopo una cena avvenuta durante le festività natalizie a Pietracatella, in provincia di Campobasso, sono iniziate subito dopo il decesso. All’inizio si pensò a una intossicazione alimentare, furono sequestrati tutti gli alimenti consumati e non in casa. Scartato il botulino e altre tossine, fu il Centro antiveleni di Pavia a risolvere il primo mistero a marzo che rilevò il veleno.

Nei campioni di sangue delle vittime era stata rilevata la ricina. Un veleno potentissimo, utilizzato in tentativi di omicidio e come arma per stragi di massa. Una sostanza altamente tossica ma inodore, incolore e insapore. La consulenza medico-legale aveva quindi ricondotto i decessi a un’intossicazione acuta provocata dalla sostanza. Un accertamento che ha portato di fatto a escludere dall’inchiesta che era stata aperta per omicidio colposo dei medici dell’ospedale di Campobasso che avevano tentato di salvare la vita alle due donne.

La cena del 23 dicembre

È attorno a quella sera che si concentra una parte importante dell’attività investigativa. A tavola, nell’abitazione di Pietracatella, c’erano Antonella, Sara e Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre della ragazza. Anche Gianni Di Vita – oggi perquisito – accusò disturbi gastrointestinali, ma gli accertamenti hanno escluso che avesse assunto la sostanza. La figlia maggiore, Alice, quella sera non era invece in casa: si trovava fuori con alcune amiche.

Per gli investigatori diventò quindi importante stabilire se siano rimaste tracce di ricina sugli oggetti utilizzati durante la cena: piatti, stoviglie, utensili o altri reperti sequestrati nell’abitazione. È proprio su alcuni di questi materiali che sono stati effettuati gli approfondimenti affidati agli esperti tedeschi. Un’eventuale presenza della tossina su un oggetto collegabile alla preparazione o al consumo del cibo potrebbe contribuire a ricostruire il possibile percorso dell’avvelenamento. Ma, soprattutto, potrebbe fornire elementi sull’accesso a quell’oggetto e sulle persone che potrebbero averlo manipolato. La Procura di Larino procede per l’ipotesi di duplice omicidio premeditato.

Duecento testimonianze e i confronti

La parte scientifica dell’inchiesta è stata accompagnata da un intenso lavoro investigativo sul piano delle testimonianze. La Squadra mobile di Campobasso ha raccolto circa 200 deposizioni. Alcune persone sono state ascoltate più volte e in alcuni casi sono stati organizzati confronti. Tra le persone sentite ripetutamente c’è un’insegnante di matematica, amica di lunga data di Gianni Di Vita. La donna è stata convocata nuovamente in Questura nei giorni scorsi, dopo essere già stata ascoltata a Ferragosto e poi il 20 agosto, quando era stato effettuato anche un confronto con Di Vita. Gli investigatori hanno ascoltato inoltre il marito dell’insegnante, tecnico di laboratorio all’Istituto Agrario di Riccia, la stessa scuola nella quale lavora la donna.

Le ricerche sulla ricina

Proprio nell’ambiente scolastico sarebbero state approfondite alcune ricerche effettuate sui computer relative alla pianta dalla quale si ricava la ricina. Si tratta di un elemento investigativo che, da solo, non consente però di stabilire un collegamento con l’avvelenamento e che deve essere valutato insieme agli altri elementi raccolti. L’inchiesta si sta concentrando anche sui rapporti personali della famiglia e sulla possibilità che esistessero relazioni o dinamiche non conosciute. Si tratta di piste ancora da verificare, inserite nel più ampio tentativo degli investigatori di ricostruire i rapporti tra le persone coinvolte e i possibili moventi.

La domanda ancora senza risposta: da dove arrivò la ricina?

Oltre a stabilire come Antonella e Sara abbiano assunto la sostanza, l’indagine deve affrontare un’altra questione: come sia stata reperita la ricina e chi possa averla eventualmente manipolata. L’esperto del Cnr di Milano Matteo Guidotti aveva sottolineato che ottenere e trattare la sostanza richiede conoscenze e competenze specifiche, precisando però che per reperire informazioni o materiali sulla ricina non sarebbe necessariamente necessario ricorrere al dark web.

È quindi il passaggio che potrebbe collegare gli accertamenti tossicologici alla ricostruzione investigativa: dalla certezza della sostanza alla ricostruzione del suo percorso, dalla sua eventuale presenza su un reperto all’individuazione di chi possa aver avuto accesso a quel materiale.

Gli esami tedeschi e il possibile punto di svolta

Dopo mesi di indagini, la procura ha affidato una consulenza al Robert Koch Institute di Berlino. Gli scienziati tedeschi non hanno ancora depositato gli esiti, ma secondo indiscrezioni, sarebbero state rilevate positività alla ricina. Per ora restano accertati soprattutto due elementi: Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte per un’intossicazione acuta da ricina e l’esposizione è compatibile con l’avvelenamento non da ingestione casuale. Il veleno, per esempio, non può essere inalato. Gli esiti delle analisi, insieme alle testimonianze e agli altri accertamenti già svolti, potrebbero contribuire a trasformare una vicenda finora caratterizzata da numerosi interrogativi in una ricostruzione più precisa della dinamica dei due decessi.


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