Caso Phica, tra le foto di donne c’era anche la sezione di Corigliano-Rossano
Chiuso il sito Phica.net per lo scambio di foto private di donne, senza consenso; al suo interno anche la sezione Corigliano Rossano
CORIGLIANO ROSSANO – Si chiamava così, senza giri di parole: “Le porche di Corigliano Rossano”. Era una sottosezione di Phica.net di cui in questi giorni si fa un gran parlare. Un sito che si presentava come “piattaforma per adulti”, ma che nella realtà raccoglieva forum locali in cui il concetto di “adulto” si riduceva a un voyeurismo ossessivo e abusivo, spacciato per goliardia. In mezzo le foto di ignare donne, oggetto di commenti espliciti.
Dentro questa sezione dedicata a Corigliano-Rossano, si consumava una delle tante declinazioni di quella che possiamo definire senza esitazioni violenza digitale: foto sistematicamente rubate, commenti sessualizzati, insulti mascherati da complimenti, e una comunità di utenti che costruiva il proprio passatempo sull’intimità altrui. Sul cercare e scambiare foto pubblicate sui social per alimentare la morbosità dei partecipanti.
Lì non finivano immagini pensate per alimentare il desiderio. Non c’erano set fotografici, né contenuti esplicitamente erotici. Bastava molto meno: una ragazza in costume, un selfie a una festa, un momento leggero condiviso con gli amici. Scatti pubblicati magari su profili Facebook o Instagram che le vittime credevano protetti, riservati a una cerchia ristretta. E invece, tra gli “amici” o i “follower”, c’era sempre qualcuno pronto a fare lo screenshot e a regalarlo alla platea del forum. Il risultato? Quelle stesse immagini diventavano merce di scambio.
I COMMENTI E UNA NARRAZIONE SEMPRE PIU’ SQUALLIDA
Ogni nuova foto era commentata con morbosità, interpretata, sezionata. Non c’era spazio per la persona, per la sua storia, per il contesto: c’era solo il corpo, ridotto a carne da consumare. “chiappe di marmo”, “milf tettona”, “da cercare su Instagram” erano alcune delle espressioni più ricorrenti.
Una caccia alla preda, una continua ricerca del profilo da violare, dell’immagine da rubare e da scambiare.
Dentro il forum, la narrazione diventava sempre più squallida. Qualcuno segnalava nuove «scoperte»: «Guardate questa, è su Facebook, profilo privato ma vale la pena provare». Altri rincaravano la dose con fantasie sessuali dettagliate, come se quelle ragazze fossero personaggi di un racconto pornografico e non persone reali, con un nome, una famiglia, una vita che nulla aveva a che fare con quella vetrina digitale.
«Avete qualcosa di San Demetrio, Acri e paesi limitrofi». Richieste… come in una radio! Il punto più inquietante, però, non è solo la mercificazione di donne e ragazze. Cognate, sorelle, zie: foto sempre rubate. È che tra quelle foto spesso comparivano anche minorenni che pubblicavano con leggerezza uno scatto in costume o un selfie. Per il forum, non faceva differenza: ogni immagine era buona per alimentare il gioco perverso.
E i protagonisti? Non sono hacker sofisticati né predatori dal profilo oscuro. Sono uomini comuni. Gli stessi che magari in città salutano cordialmente, che accompagnano i figli a scuola, che partecipano a una riunione di condominio. Persone “normali” che, dietro un nickname qualunque, si trasformano in voyeurs digitali pronti a spartirsi immagini sottratte all’altrui intimità, anche alle figlie. Un lato oscuro che convive con la vita quotidiana, senza destare sospetti.
PHICA, OLTRE A CORIGLIANO ROSSANO, ALTRE SEZIONI DI CITTA’ E PAESI NEL SITO DI SCAMBIO FOTO PRIVATE DI DONNE
Dopo anni di segnalazioni e petizioni, Phica.net è stato finalmente chiuso.
Una vittoria che ha un valore simbolico, certo, ma che non deve illudere: il sito era solo uno dei tanti spazi che proliferano online. Basta un nuovo dominio, un altro server all’estero, e il meccanismo si riattiva identico, con lo stesso pubblico e le stesse regole non scritte. E chissà quanti, ora, sono ancora attivi.
La vicenda del forum “Le porche di Corigliano Rossano” dice qualcosa di importante: non si tratta di un caso isolato. È un fenomeno che può colpire chiunque, in qualsiasi città. Perché internet non ha confini e la libertà con cui condividiamo una foto può trasformarsi in un’arma nelle mani sbagliate. Il messaggio finale è scomodo ma necessario: quello che pubblichiamo non è mai davvero nostro.
Se è vero che la colpa sta dalla parte di chi ruba, è altrettanto vero che le vittime finiscono per pagare un prezzo altissimo. E la vergogna, come sempre, resta tutta dalla parte sbagliata.
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