Caso del migrante algerino, ‘ammuina’ di governo contro la magistratura. Ma resta una questione cruciale
di Leonardo Botta
La presidente Meloni, che in video si lamenta per la condanna che il governo ha subito riguardo alla vicenda dell’immigrato algerino, mi ricorda un po’ re “Franceschiello” di Borbone che, secondo una falsa ricostruzione storica, in battaglia navale avrebbe ordinato ai suoi di fare “ammuina”: “Quelli che stanno a prora vanno a poppa, quelli che stanno a poppa vanno a prora. Facite ‘a faccia feroce”. E infatti, con la faccia feroce che tutti conosciamo sin da quando sbraitava, con le vene del collo gonfie, contro le accise sui carburanti (quelle accise che il suo governo poi ha addirittura rincarato), l’altro giorno la premier faceva ammuina contro la magistratura “politicizzata” (sai che novità).
Una premessa doverosa: io non ho nessuna simpatia per questo tizio, un pluripregiudicato oggetto di provvedimenti di espulsione, che sarei contento di vedere rimandato in Algeria (vero è che in Italia ha una compagna e due figli, ma questo non costituisce salvacondotto per i reati che ha commesso). Ma è proprio questo il punto: il governo è stato condannato dai tribunali per vizi e violazioni di diritti umani nella procedura di trasferimento dell’algerino da un Centro di Permanenza per i Rimpatri del Friuli a quelli famosi (o famigerati, fate voi) in Albania. Praticamente un festival degli errori: all’immigrato era stato riferito che sarebbe stato tradotto nel Cpr di Brindisi e invece lo avevano imbarcato per le coste albanesi, pare negandogli anche i canali di comunicazione con i familiari.
Ora, perché il governo avesse voluto questo trasferimento è chiaro a tutti: bisognava in qualche modo riempire ‘sti benedetti centri albanesi, per i quali la premier (quella che: “Fun-zio-ne-ran-no!”) aveva garantito sin dall’inizio un afflusso di ben tremila migranti al mese (36mila all’anno, mecojoni!). Una scelta secondo me assai discutibile (e finora fallimentare), ma tuttavia legittima nell’ottica di quella politica della deterrenza che il centrodestra sta cercando (finora con scarsi risultati) di perseguire contro l’immigrazione clandestina (intanto, sotto questo governo sono arrivati in Italia 310mila stranieri irregolari ma vabbè, sono dettagli).
Il punto, dicevo, è che, al netto della sentenza del tribunale (che ha condannato il governo, anzi l’Italia, a risarcire l’algerino con 700 euro), resta una questione cruciale: piuttosto che questo viaggio andata e ritorno tra Cpr italiani e albanesi, il governo (che ormai è in carica da tre anni e mezzo, anche se continua a comportarsi come se fosse ancora all’opposizione dando colpe agli altri per tutto ciò che non funziona) non poteva dare applicazione agli accordi bilaterali con l’Algeria (vigenti da anni e rinforzati recentemente dalla stessa Meloni) e rimandarlo al suo paese? Chi o cosa glielo impediva? Le “toghe rosse”? Io non credo proprio.
E non si era forse detto che, con l’avvento del governo dei “patrioti”, i rimpatri (o remigrazioni, volendo usare un termine oggi tanto di moda) sarebbero stati rapidi e frequenti? E invece no, le statistiche dicono altro: questo governo sta rimpatriando, mediamente, circa 400 immigrati irregolari al mese, un po’ meno di quanti ne rimpatriavano altri governi prima del Covid. Mi viene in mente Berlusconi, buonanima, che nel 2018, in campagna elettorale, di espulsioni ne prometteva in pompa magna seicentomila; immaginavamo tutti che Meloni non volesse essere da meno e invece, con questo trend, il bilancio consuntivo di questo esecutivo si attesterà abbondantemente sotto i 50mila rimpatri: fine della storia triste.
Perciò, riepilogando: di migranti ne arrivano sempre tanti (purtroppo di miserie nel mondo ce n’è tante, troppe), se ne respingono sempre pochi, ma la colpa è sempre della sinistra, dei giudici bolscevichi e dei governi che c’erano prima. Amen.
Ps: A proposito di “ammuina”, ci sarebbe da sorridere (o piangere) anche su quella che hanno allestito Meloni e Salvini riguardo alla sentenza sulla Ong Sea Watch. Ma questa è un’altra storia.
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