Case popolari, il Municipio V chiede nuovi criteri al Campidoglio
C’è un equilibrio fragile che attraversa le periferie di Roma, fatto di convivenze quotidiane, integrazione costruita nel tempo e tensioni sempre pronte a riemergere. Nel Municipio V, quell’equilibrio oggi torna sotto pressione.
“Non possiamo essere ulteriormente sovraccaricati di situazioni ad alta complessità sociale”. È una presa di posizione netta quella contenuta nella mozione approvata dal Consiglio municipale e firmata dal presidente dell’aula, David Di Cosmo (PD).
Un atto che guarda direttamente al Dipartimento capitolino delle politiche abitative e che nasce da un episodio recente, ma che affonda le radici in una questione molto più ampia.
Tutto parte da due nuove assegnazioni di alloggi popolari nel comprensorio tra via dei Berio e via Aldo Balma, a Tor Tre Teste. Due nuclei familiari — uno di origine bengalese, l’altro appartenente alla comunità rom — destinati a inserirsi in un contesto già complesso.
Una decisione che ha immediatamente riacceso la preoccupazione dei residenti, riportando alla memoria quanto accaduto solo pochi mesi fa a Villa Gordiani, quando le proteste del quartiere impedirono di fatto a una famiglia rom di entrare nell’appartamento che le era stato regolarmente assegnato.
Il Municipio, nel documento, rivendica una lunga tradizione di accoglienza. Un territorio che negli anni ha sostenuto un carico significativo di fragilità sociali, diventando uno dei principali punti di riferimento per le politiche di inclusione della Capitale.
Le case popolari di via Tovaglieri e via Gadola, il centro rifugiati di via Staderini, i Centri di assistenza alloggiativa temporanea tra via Tovaglieri e via Tineo: una rete diffusa che ospita famiglie con minori, persone con disabilità e situazioni economiche difficili, spesso inserite in percorsi di integrazione ancora in evoluzione.

Nel quartiere di Tor Tre Teste, questa complessità si traduce in una comunità eterogenea, dove convivono famiglie italiane e straniere — bengalesi, cubane, romene, latinoamericane — insieme a nuclei rom stabilizzati da tempo o arrivati più recentemente. Molti hanno costruito relazioni solide con il territorio, con figli inseriti nelle scuole e legami consolidati.
Ma accanto a queste esperienze positive, persistono anche situazioni più difficili, dove l’integrazione fatica a compiersi e la convivenza quotidiana si incrina tra discussioni, uso improprio degli spazi comuni e problemi legati alla quiete pubblica.
È in questo scenario che si inserisce la preoccupazione per le nuove assegnazioni. La mozione lo chiarisce senza ambiguità: il diritto all’abitare non è in discussione, così come quello alla dignità e all’inclusione per tutte le comunità. Ma proprio per questo, sottolinea il documento, è fondamentale che ogni inserimento avvenga in condizioni capaci di garantire equilibrio, sicurezza e serenità per tutti.
Da qui la richiesta di un cambio di passo. Il Municipio chiede l’applicazione di criteri sociali più attenti, già previsti dalla normativa regionale, per evitare concentrazioni eccessive di nuclei fragili negli stessi edifici o addirittura nella stessa scala. L’obiettivo è semplice quanto delicato: distribuire le situazioni complesse in modo più equilibrato, per rendere sostenibile la convivenza.
Non solo. Tra le richieste rivolte al Campidoglio c’è anche un maggiore coinvolgimento dell’ente municipale nelle fasi preliminari delle assegnazioni, così da mettere a disposizione una conoscenza diretta delle dinamiche sociali del territorio. E ancora, la necessità di affiancare ai nuovi assegnatari percorsi di accompagnamento, per favorire un inserimento reale e non solo formale.
Sul fondo resta una richiesta chiara: il Municipio V non può continuare a essere il principale destinatario delle situazioni più complesse. Serve una distribuzione più equa a livello cittadino, anche nel quadro del superamento dei campi rom, individuando soluzioni abitative diffuse e, dove possibile, nei municipi di provenienza delle famiglie.
È una questione di equilibrio, prima ancora che di numeri. Perché quando il peso della fragilità si concentra sempre negli stessi luoghi, il rischio non è solo quello del disagio, ma della frattura sociale. E ricucirla, poi, diventa molto più difficile.
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