Economia

Carollo: “È solo un intervento tampone, serviva uno sforzo fino a 7 miliardi”

ROMA – Un pannicello caldo. Servirebbero misure più solide, oltre a piani strutturali sulla politica energetica». Parola di Salvatore Carollo, esperto di materie prime, energia ed ex dirigente Eni.

Il decreto del governo con il taglio delle accise è una risposta efficace?

«Alleggerisce il costo, ma è un intervento tampone. Ridurre le accise di qualche centesimo per qualche settimana non incide sulle cause profonde del rincaro. È un pannicello caldo, utile per guadagnare tempo, non per risolverlo. Una sorta di “Io speriamo che me la cavo”. Il governo scommette su una fine rapida del conflitto. E se non fosse…».

Cosa avrebbe dovuto fare?

«Un intervento più solido, duraturo, non limitandosi all’intervento spot. La spesa per i carburanti in Italia è molto alta. Lo Stato incassa tra accise, Iva e altre imposte fiscali sulla mobilità tra i 50 e i 60 miliardi all’anno. Il governo avrebbe potuto investire una quota più alta di queste imposte, fino a 7 miliardi, per fare una misura di respiro più lungo, da sei mesi ad un anno, non pensare solo a tagli minimi e a bonus».

Anche questo sarebbe stato però un intervento temporaneo…

«Infatti sarebbe necessario anche un piano per il settore della raffinazione in Italia. Il rialzo del prezzo del greggio non è dato solo dalla guerra in Iran, ma da una debolezza sui prodotti finiti, benzina e gasolio».

Quindi cosa suggerirebbe?

«Due cose. Primo: varare un intervento meno effimero sul fronte dei prezzi, se davvero si ritiene necessario proteggere famiglie e imprese. Secondo, altrettanto urgente: presentare una politica industriale per la raffinazione, indicando quali impianti mantenere, come incentivarne l’ammodernamento e quale ruolo assegnare ai grandi gruppi energetici, partendo da quelli pubblici. Un vero piano Mattei…».

Altra epoca…

«L’Eni di Mattei aveva una mission precisa: fornire all’Italia di energia a basso costo. Questa missione sarebbe dovuta rimanere, non solo per l’Eni, ma per tutte le aziende partecipate dallo Stato. Erano il braccio armato per le politiche energetiche, oggi sono solo società private che portano dividendi agli azionisti. Lo dico senza polemiche, anche perché è l’azionista pubblico a non indicare le strategie».

La guerra ha esasperato una situazione già difficile?

«L’ha accelerata, aumentando la paura sui mercati. La finanza ha subito reagito comprando petrolio e spingendo i prezzi del greggio che, però, non è ancora schizzato al pari di alcune crisi del passato. Penso alle guerre del Golfo o alla guerra Iran-Iraq. La crisi ha stressato fragilità esistenti: un sistema meno attrezzato a produrre carburanti finiti tra raffinerie chiuse, impianti vecchi, cessioni di siti a trader internazionali. Il Paese è più vulnerabile agli shock esterni: siamo “una foglia al vento” davanti alle turbolenze globali. E senza interventi alla prossima crisi la situazione sarà peggiore».

Gli attacchi a giacimenti e impianti hanno fatto impennare i prezzi. Il peggio deve ancora venire?

«Gli attacchi alle infrastrutture energetiche hanno aumentato la paura sui mercati. Il rischio c’è. Prima i mercati erano preoccupati, ma c’era la profonda convinzione che tutto sarebbe rientrato nel giro di poco. Ora prevale l’incertezza».


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