Ambiente

Carney e la nuova dottrina dell’Occidente

Il 20 gennaio scorso il discorso che il premier canadese Mark Carney ha pronunciato a Davos è diventato presto virale, per poi essere innalzato a rango di nuova “dottrina” a cui l’Occidente, spaventato e sconcertato dall’attuale inquilino della Casa Bianca, avrebbe potuto e dovuto ispirarsi. I capisaldi della dottrina sono: 1) l’ordine stabilito dalla Seconda Guerra mondiale è finito (come ha ribadito Mario Draghi qualche giorno fa) e gli Stati Uniti non sono più il faro e il modello per il mondo libero, forse nemmeno un alleato; 2) le liberal democrazie devono prendere atto di questo senza rinunciare ai loro valori, ma adottando un approccio pragmatico, che prenda molto sul serio i rapporti di forza e riconosca l’inevitabilità di rendersi solidi e indipendenti per non dover sperare nella benevolenza di nessuno; 3) le medie potenze, come il Canada, devono coalizzarsi tra loro con tre obiettivi: evitare una competizione al ribasso, umiliante e alla lunga dannosa, per strappare qualche vantaggio da Trump (mai citato nel discorso, ma ugualmente onnipresente); stabilire accordi a geometria variabile, di varia ambizione a seconda che i partner condividano valori (come Canada, UK e Unione Europea) o solo interessi economici strategici in alcuni settori (dalla Cina al Qatar); infine, diventare insieme una forza grande abbastanza per avere una voce dove conta, poiché “se non sei al tavolo, sei nel menù”, come ha citato efficacemente Carney.

Chiunque creda che il mondo libero (espressione che preferisco a “Occidente”) sia tutto fuorché perfetto, a volte anche ipocrita, come lo stesso Carney riconosce parlando del bel tempo a trazione americana che fu, ma che resti in ogni caso un luogo più civile e giusto di quelli dominati dall’autoritarismo, ha accolto le parole di Carney con un misto di sollievo e speranza. Un leader aveva saputo dare il nome alle cose senza ambiguità, ma aveva anche articolato una visione per uscire dall’impasse. Col suo discorso Carney ha peraltro bissato la sua lezione su come “the Donald” vada affrontato. Un anno fa, durante la sua campagna per diventare premier – corsa che poi secondo molti avrebbe vinto proprio grazie alla postura ferma e dignitosa nei confronti del ‘bully’ di Washington -, Carney mandò un messaggio calmo e fermo: i dazi indeboliranno l’economia USA, ma in ogni caso noi risponderemo a tono (https://www.youtube.com/watch?v=yV101ei8mu8). Da premier lo ha fatto, evitando accordi al ribasso come quelli che Ursula von der Leyen ha siglato in Scozia. Si noti, peraltro, che l’economia canadese dipende molto di più dagli Stati Uniti di quella europea: per due esportatori canadesi su tre, gli Stati Uniti rappresentano l’unico mercato, e quasi un canadese su dieci è impiegato in settori che dipendono da clienti americani.

Sempre un anno fa Carney accennava anche a quello che sarebbe in seguito diventato il suo invito alle medie potenze liberaldemocratiche (attenzione, non solo UK e UE, ma tutto il G7 tranne gli USA, con l’aggiunta di altri Paesi come quelli del Commonwealth) a unirsi in rapporti di collaborazione particolarmente stretti proprio in ragione della condivisione di valori morali e politici di base. A mio avviso il tratto più affascinante della dottrina Carney è proprio qui: non dobbiamo abbandonare il progetto di relazioni internazionali non rette esclusivamente dalla forza, ma “infiltrate” da quote di legalità dipendenti dal grado di integrazione economica e culturale che il mondo viene ad assumere. L’idea era quella di ripartire su questa strada con chi voleva esserci, di ricostruire l’ideale di “pace attraverso il diritto” alla base del modello kantiano e di farlo proprio nella maniera suggerita dal filosofo tedesco. Non rincorrendo utopie e sogni irenici, ma con un saldo ancoraggio al reale, inclusa una chiara disposizione a essere ‘astuti come serpenti’ per poter alla fine essere ‘innocenti come colombe”. Il value-based realism di Carney è esattamente la disposizione che Kant vuole nel suo ideale di politico e che definisce “politico morale”. Realismo, machiavellismo se serve, sempre però con un ideale pubblicamente difendibile a nobilitare l’azione politica: la pace costruita attraverso una confederazione di stati liberi al centro di altre leghe e comunità a geometria variabile che le ruotino intorno, legate da interessi comuni se non da comuni valori, che magari pian piano si affermeranno in modo spontaneo e non forzato a livello globale. Carney ha chiarito che un mondo simile si può perseguire anche senza gli USA e che possiamo e dobbiamo farlo, per principio e per interesse.

*Università di Catania


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