Carmen Consoli, Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone”, Roma
Se qualcuno poteva nutrire ancora qualche dubbio sul fatto che Carmen Consoli fosse la miglior cantautrice italiana della sua generazione, l’ultimo album “Amuri luci” dovrebbe aver dissipato ogni incertezza. Un lavoro sontuoso, per scrittura, arrangiamenti e interpretazioni, in cui la Cantantessa recupera le radici ancestrali della sua terra sicula sulle orme della musa Rosa Balistreri, con undici brani, musicalmente inediti, i cui testi in parte portano la firma della stessa Consoli, in parte attingono da poeti dialettali (Ignazio Buttitta, Graziosa Casella) e autori classici come Ovidio e Teocrito. Nei panni di una vibrante folksinger l’ex-rockeuse di “Confusa e felice” sembra aver trovato una nuova, felicissima dimensione – e non da oggi, come confermano le sue cover della succitata Balistreri e brani in dialetto diventati ormai classici del suo repertorio, a partire da quella “’A finestra” con cui chiuderà anche la sua performance sul palco dell’Auditorium.
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C’era quindi molta attesa per questa doppia data romana, piazzata strategicamente a fine anno, per chiudere nel migliore dei modi il tour di “Amuri luci”, prima della preannunciata e prestigiosa data di maggio all’Olympia di Parigi, tempio universale della canzone – da Édith Piaf ai Beatles, dai Rolling Stones a Joséphine Baker.
Mentre la Sala Santa Cecilia si riempie con l’afflusso frenetico dei soliti ritardatari, si apre il sipario sullo spettacolo, strutturato in due parti: la prima dedicata all’esecuzione integrale di “Amuri luci”, la seconda a un ripescaggio libero di brani sparsi dalla carriera trentennale della cantautrice di Catania.
È un’atmosfera suggestiva e immersiva ad aprire il set, tra le parole fuori campo e le immagini (a cura di Giuseppe Lombardo), con il suono del mare e le sue sfumature cromatiche che avvolgono il palco. Quindi, l’attacco con la splendida “Amuri luci”, struggente dedica a Giovanni Impastato, che ha speso la sua vita a ricordare il fratello Peppino, vittima della mafia. L’intreccio mediterraneo tra le chitarre e gli inserti di mandolino, marranzanu e zufolo asseconda magnificamente l’interpretazione dolente di Carmen Consoli, in veste bianca da musa greca con chitarra a tracolla, investita dai giochi di luce. A differenza dell’ultima esibizione romana a cui abbiamo assistito – il 26 dicembre 2021, ancora in piena era Covid, tutti imbavagliati con mascherine Ffp2 – la Cantantessa non si concederà molto alle chiacchiere, se non nella seconda parte del set.
Il primo tempo, infatti, scorre secondo l’ordine dell’album “Amuri luci” senza interruzioni. Lei al centro, chitarra in mano, voce nuda e potente, con tutte le sue vibrazioni e sfasature, mentre la sua band cesella un paesaggio musicale fatto di corde, percussioni e riverberi mediterranei. Un nutrito ensemble che comprende il fido Massimo Roccaforte a chitarra e mandolino, Puccio Panettieri alla batteria, Marco Siniscalco al basso e contrabbasso, Valentina Ferraiuolo al tamburo a cornice e percussioni, Adriano Murania al violino e il “professore” Gemino Calà ai flauti etnici. Alle loro spalle scorrono proiezioni (immagini pittoriche, scenari bellici, manifestazioni contemporanee, paesaggi mediterranei) per uno spettacolo che non è solo un concerto, ma un racconto visivo e sonoro di forte impatto emotivo.
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I brani di “Amuri luci” sono eseguiti con fedeltà assoluta alle versioni in studio e non perdono un grammo della loro potenza. Dopo il proverbio siculo di “Unni t’ha fattu ‘a stati”, che si tramuta in un’invettiva contro l’opportunismo, il sipario si apre sul duetto virtuale con Mahmood per l’arabeggiante – e magnifica – “La Terra di Hamdis”, che rievoca la vicenda del poeta siculo-arabo Ibn Hamdis, costretto all’esilio nell’XI secolo, intrecciando memoria storica e urgenza civile in una riflessione che parla al presente e raccoglie un’ovazione in sala.
Il clima si fa ancora più cupo con “Mamma tedesca”, toccante omaggio anti-bellico alla poesia di Ignazio Buttitta: la storia del soldato tedesco caduto in guerra, con la fotografia della madre in tasca, diventa emblema di un dolore che supera confini e appartenenze. Le cadenze samba di “3 oru 3 oru” abbattono ulteriori confini gettando un ponte tra Catania e Rio, con un’interpretazione divertita di Carmen che poi in “Galáteia” – tra passi di sirtaki e refoli di zammara – si identifica nella ninfa Nereide che continuò ad amare Aci anche dopo la sua morte, senza mai cedere al Ciclope Polifemo che l’aveva mutato in fiume siciliano per gelosia.
Risulta tutto sommato riuscito l’escamotage dei duetti virtuali in video anche per quelli con Jovanotti – nella viscerale “Parru cu tia”, inno alla ribellione che evoca immagini di manifestazioni, incluse le recenti per Gaza – e con il tenore Leonardo Sgroi, nella più austera “Qual sete voi?”, cantata in italiano volgare del XIII secolo. Il viaggio si compone davanti al pubblico come un affresco emotivo, che trova nell’ode al cardiopalmo “Nimici di l’arma mia” il suo naturale epilogo. Con la voce versatile di Consoli a fungere da trait d’union tra tutti i riferimenti storici e culturali, trovando sempre il timbro e il tono adatti per esprimere il messaggio, che sia strazio, struggimento d’amore o indignazione.
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Rimasti senza fiato per la sequenza di cotante gemme in un unico set (e album), ci prendiamo una pausa, in attesa della seconda parte del concerto, che sarà sicuramente meno intensa, ma più distesa e giocosa, con il ritorno delle amabili chiacchiere a cui Carmen ci aveva abituati nei suoi appuntamenti live: “Com’è andata con il siciliano? Dovevamo mettere i sottotitoli? – scherza al ritorno sul palco, con look decisamente più informale, gonna e camicetta – Sono felice di essere di nuovo qui. Grazie per aver scelto di passare questa serata con noi”.
Giungono così ripescaggi in ordine sparso da quasi tutti i suoi album – dal debutto del 1996 (“Due parole”) fino al 2021 (“Volevo fare la rockstar”), con l’unica esclusione di “L’eccezione” (2002) e “EvacontroEva” (2006). Si spazia così da chicche degli anni 90 come “Autunno dolciastro”, “Lo stonato”, “Sulla mia pelle” e un’applauditissima “Amore di plastica” – “eh sì, perché sono qui da oltre trent’anni… meno male, tutto sommato”, chiosa divertita – a episodi più recenti come “Sintonia imperfetta”, cronaca semiseria di una storia finita male (con tanto di citazione ad hoc del derby capitolino: “Mentre studiavo come dirti che ti avrei lasciato/ Tu già dormivi al 40’ di Roma-Lazio”) alla pungente satira sul maschilismo di “AAA Cercasi” e a quella sentita “Imparare dagli alberi a camminare” alla quale dedica una dolce presentazione: “L’ho composta ai tempi del Covid quando il mondo era paralizzato e sull’asfalto crescevano le piantine. Per descrivere la situazione mi sono ispirata al Segnale Wow! degli anni 70. Durante il periodo del Covid, dormivo con il mio bambino Carlo, la notte si muoveva come se stesse combattendo contro chissà quali mostri, gli mancava la vita normale. Mentre lui dormiva, io mi immaginavo come sarebbe stato un arrivo imminente degli alieni: sarebbero stati amici o nemici?”. Il suono si fa leggermente più rock, pur restando elegante e sobrio: una base elettrica, qualche venatura country suggerita dal violino.
Quando la band la lascia sola sul palco, imbraccia la sua chitarra e sciorina successi che sono ormai classici della canzone italiana, da “L’ultimo bacio” a “Parole di burro” e “In bianco e nero”. È una sequenza di brani ripescati dal baule dei ricordi, piazzati a mo’ di frammenti autobiografici. Il pubblico apprezza e lei ringrazia: “È sempre bello stare qui, siamo tutti un po’ romani, io poi mi chiamo Consoli…”.
Quindi i bis: un’intensa “Blunotte” con il suo rosario di tormenti e consapevolezze (“E non ho fatto altro/ che sentirmi sbagliata/ e ho cambiato tutto di me/ perché non ero abbastanza/ e ho capito soltanto adesso/ che avevi paura”) e la succitata “’A finestra”, galleria esilarante di personaggi in cerca d’autore che tentano maldestramente di nascondere le loro origini a suon di ypsilon (“Giusy”, “Tury” etc.). Il saluto finale di Consoli e band al completo chiude il sipario su una serata che suggella al meglio uno dei tour più memorabili della Cantantessa. In attesa della conquista dell’Olympia e di nuovi traguardi, a cominciare dagli altri due album dell’annunciata trilogia, uno rock e uno cantautorale, con cui continuerà a raccontare la sua affascinante evoluzione. Finchì n’arresta ’nfilu i vuci.
(Foto di Pasqualini/MUSA e Claudio Fabretti)







