cade la rete di Mela, l’inafferrabile boss cinese
Per gli investigatori era poco più di un’ombra: identità sempre diverse, spostamenti continui, nessuna traccia stabile. La chiamavano “Mela”, nome in codice dietro cui si celava una cittadina cinese considerata una figura chiave in una rete internazionale di traffico di migranti.
La sua fuga si è fermata a Roma, dove i Carabinieri della Compagnia di Monfalcone sono riusciti a rintracciarla e arrestarla al termine di mesi di indagini.
Al momento del fermo, la donna aveva con sé circa 20mila euro in contanti e diversi documenti falsi, pronti per essere utilizzati per nuovi spostamenti o per coprire ulteriori attività illecite. Un dettaglio che conferma il livello di organizzazione e la capacità di muoversi nell’ombra che le investigazioni avevano già fatto emergere.
La rete: dalla frontiera ai voli di linea
L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, ha preso avvio nell’agosto del 2025 dopo una segnalazione arrivata da Villesse.
Alcuni migranti erano stati notati mentre scendevano da un tir con targa montenegrina, per poi essere rapidamente fatti salire su auto in attesa. Un passaggio apparentemente isolato che si è rivelato invece la punta di un sistema ben strutturato.
Seguendo quella traccia, i militari hanno ricostruito una filiera articolata. I migranti venivano inizialmente trasferiti in alloggi temporanei tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, utilizzati come basi logistiche per organizzare le fasi successive del viaggio.
Uno dei principali snodi era rappresentato da Prato, punto di riferimento per una parte della comunità cinese in Italia, dove alcuni dei migranti venivano indirizzati.
Parallelamente, l’organizzazione sfruttava anche una rotta aerea: grazie a passaporti contraffatti, diversi stranieri riuscivano a partire dall’aeroporto di Aeroporto di Venezia Marco Polo su voli di linea diretti in Spagna, aggirando così i controlli più stringenti sulle rotte terrestri.
Le contromisure e la fuga a Roma
Con il progressivo intensificarsi delle indagini tra Monfalcone e Trieste, la rete aveva tentato di adattarsi. I trafficanti avevano modificato le modalità operative, utilizzando furgoni dotati di doppi fondi per nascondere i migranti e scegliendo aree rurali più isolate per i trasferimenti.
Nel tentativo di sottrarsi alla pressione investigativa, anche la presunta leader aveva cambiato strategia, spostandosi a Roma e cercando di mimetizzarsi nel contesto urbano della Capitale. Una scelta che, però, non è bastata a sfuggire al lavoro degli inquirenti.
Il bilancio dell’operazione
L’operazione si è conclusa con un colpo significativo alla rete: otto le persone arrestate, tra cui la stessa “Mela”, mentre una trentina risultano denunciate a piede libero per il loro coinvolgimento nel traffico.
Sequestrati anche denaro contante e materiale destinato alla falsificazione dei documenti, strumenti fondamentali per alimentare un sistema che, per mesi, è riuscito a muovere persone attraverso più Paesi, sfruttando falle e complicità lungo l’intero percorso.
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