Friuli Venezia Giulia

Cabinovia: se il Consiglio di Stato dice sì, Trieste smette di aver paura di salire

15.01.2026 – 17.30 – Se il Consiglio di Stato dovesse dare ragione al Comune, la partita – oggi impantanata in cavilli, ricorsi e veti incrociati – cambierebbe improvvisamente campo. Non sarebbe la vittoria di un sindaco né la sconfitta di un comitato. Sarebbe, molto più banalmente, il ritorno della politica alla sua funzione originaria: decidere, assumendosi il rischio di sbagliare. Ed è da qui che conviene partire, spogliando la cabinovia di Trieste di quell’aura tossica che le è stata costruita attorno, come se fosse un capriccio alpino trapiantato sul Carso o un attentato al buon gusto paesaggistico. La cabinovia non è bella, non è poetica, non è romantica. È utile. E in un Paese che si ferma spesso davanti allo specchio dell’estetica, l’utilità è diventata una colpa.

Se il Consiglio di Stato approva, la prima conseguenza è brutale nella sua semplicità: il progetto torna legittimo. Non per grazia divina, ma perché la massima giurisdizione amministrativa avrà stabilito che l’interesse pubblico prevale sugli scrupoli procedurali che il TAR ha ritenuto insufficientemente motivati. Tradotto: non si cancella l’ambiente, ma si ammette che anche l’ambiente vive dentro una città che deve funzionare. A quel punto, la macchina – oggi ferma al palo – può ripartire. Con tempi che non saranno miracolosi, ma nemmeno biblici. Realisticamente, se l’appello venisse accolto entro il 2026, il Comune avrebbe 6–9 mesi per riallineare gli atti tecnici, aggiornare i cronoprogrammi e chiudere i passaggi ministeriali residui. I cantieri, nella migliore delle ipotesi, potrebbero aprire tra il 2027 e l’inizio del 2028. La messa in esercizio? Tra il 2029 e il 2030, salvo incidenti politici, che sono sempre più probabili di quelli geologici.

Ed è qui che occorre essere cinici. Perché chi dice “meglio rifare tutto da capo” finge di ignorare una verità sgradevole: rifare tutto da capo significa non fare nulla per altri dieci anni. Dieci anni in cui Opicina resterà appesa a una viabilità fragile, Barcola continuerà a essere congestionata e Trieste continuerà a parlare di mobilità sostenibile come si parla della dieta: sempre da lunedì. La cabinovia, invece, porta benefici concreti e misurabili, anche se non fotogenici. Prima di tutto, separa il traffico dal territorio: vola sopra ciò che oggi viene schiacciato dall’asfalto. Riduce la pressione su strade che non possono essere allargate senza devastare il paesaggio che si vorrebbe difendere. Offre un collegamento regolare, prevedibile, non ostaggio di incidenti o meteo ordinario, cosa che nessun autobus potrà mai garantire su quel tracciato. C’è poi un beneficio che i contrari fingono di non vedere: la cabinovia ridà centralità all’altopiano, non come periferia da compatire ma come parte integrante della città. Non è turismo di cartolina: è accessibilità quotidiana. E quando l’accessibilità aumenta, aumentano anche il valore degli spazi, la possibilità di viverli, la loro sicurezza. Il Carso non viene consumato: viene abitato meglio.

Quanto all’ambiente, il paradosso è evidente. Si difende il bosco opponendosi a un’infrastruttura che riduce traffico, emissioni locali e consumo di suolo stradale. Si combatte l’impatto visivo ignorando quello acustico e atmosferico di migliaia di veicoli ogni giorno. È una forma raffinata di ambientalismo da salotto: protegge ciò che si vede dalla finestra, non ciò che si respira. Se il Consiglio di Stato approva, cade anche un alibi politico. Non ci si potrà più nascondere dietro i giudici per non scegliere. Bisognerà decidere se Trieste vuole restare una città verticalmente spezzata, dove salire è sempre più difficile che scendere, o se accetta l’idea che la modernità non è sempre silenziosa, ma può essere efficiente. La cabinovia non risolverà tutti i problemi di Trieste. Non salverà la demografia, non riporterà i giovani, non fermerà il vento. Ma farà una cosa che in questa città si fa raramente: metterà in collegamento ciò che oggi è diviso. E se il Consiglio di Stato dirà , sarà un sì non all’opera, ma al principio che una comunità può ancora permettersi di scegliere il futuro invece di difendere, a colpi di ricorso, l’immobilità del presente.

[f.v.]




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